10 libri sull’antropologia e l’archeologia che dovresti leggere prima di partire per una missione di ricerca

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Se stai per partire per una missione di ricerca o, più semplicemente, sei interessato all’argomento, ti suggeriamo 10 libri sull’antropologia e l’archeologia di cui non sapevi aver bisogno ma che illumineranno il tuo percorso.

Libri indispensabili per la vita di campo

Trasferirsi per un periodo di tempo presso una comunità è una esperienza totalizzante. Per questo motivo è consigliabile partire preparati e fare tesoro delle esperienze di chi ha fatto una ricerca lontano da casa.

Il lavoro sul campo è una modalità di indagine impiegata sia dalle scienze sociali che dalle scienze naturali. Esso consiste nella raccolta dei dati, sull’ambiente, sulla natura e sugli aspetti culturali di una comunità. Molti degli episodi personali della vita in missione vengono raccontati tra una pausa e l’altra nei convegni, per questo motivo sono declassati come narrazioni private. Non sono molte le etnografie in grado di dare valore all’esperienza del ricercatore. I diari di campo e le annotazioni personali sono dei documenti preziosi dove sono registrate informazioni per la costruzione della ricerca.

tra i 10 libri sull’antropologia e l’archeologia non possono mancare I classici dell’antropologia

Il giovane antropologo. Appunti da una capanna di fango, di Nigel Barley, per Edizioni Socrates è il racconto di un giovane ricercatore inglese alle prese con l’organizzazione delle giornate di campo. Un resoconto in presa diretta della vita quotidiana tra avventure bizzare e solidali, presso la tribù dei Dowayo del Cameroun. Nigel Barney offre uno sguardo realistico sulle difficoltà pratiche e amministrative avvenute durante la spedizione accademica e sulla lentezza nel recuperare i dati.

“Così trascorsero le prime settimane e cominciai a sentirmi a mio agio. Non appena i Dowayo facevano ritorno al villaggio, la mia sensazione di solitudine iniziava a scemare, ma ero ancora soggetto a forti attacchi di depressione quando restavo intrappolato nella mia minuscola capanna a causa della pioggia. La mia salute non si era peraltro ancora ristabilita dall’attacco di malaria. Questo era in parte dovuto alla scarsa varietà della mia dieta che spesso mi portava a saltare i pasti, altre volte a ingozzarmi quanto più potevo, considerando il cibo un carburante essenziale”. (Nigel Barney)

Il campo di ricerca mette a dura prova

La ricerca sul campo è la parte più importante per un antropologo. Trasferirsi presso una comunità, permette di sviluppare crescita personale, competenze e la possibilità di recuperare preziosi dati per la documentazione. La lentezza con cui si recuperano le informazioni non è da imputare solo all’inesperienza e agli imprevisti tecnici. Bisogna risolvere alcune questioni, come imparare la lingua locale, risolvere eventuali difficoltà abitative e logistiche. La complessità dell’esperienza rende permeabili e mette in contatto con aspetti inediti dell’altro. Le difficoltà alle quali si va incontro possono essere tante, non dovete preoccuparvi. Partire preparati e avere maturato una certa organizzazione attraverso una documentazione bibliografica sarà il vostro punto di forza.

 “In quei primi mesi non aveva fatto alcun progresso nell’apprendimento della lingua e iniziai a convincermi del fatto che sarei tornato a casa senza aver imparato né capito nulla”.  (Nigel Barney)

A volte, basta cominciare ad osservare ciò che accade intorno a noi:

 “E così ogni giorno uscivo, armato di tabacco e taccuini, e misuravo i campi, calcolavo i raccolti, contavo le capre, in un turbine di attività irrilevanti. Ma tutto ciò ebbe almeno il pregio di rendere i miei modi strani e inspiegabile, familiari ai Dowayo, e cominciai anche a conoscerli per nome”. (Nigel Barney)

Esiste un momento ben preciso che segna due fasi importanti della vita di campo, quando si è finalmente visti:

“I diari antropologici sono pieni di testimonianze riguardo le difficoltà incontrate dai ricercatori del ‘farsi accettare’, difficoltà che scompaiono nel momento in cui l’antropologo prende in mano una zappa per iniziare a coltivare il proprio orto. Tale operazione spalanca immediatamente tutte le porte: da quel preciso istante egli diviene ‘uno di loro’. (Nigel Barney)

Antropologia e viaggio di ricerca

Può accadere che durante un viaggio di lavoro si abbia la sensazione di sentirsi in un luogo ostile. Andare nel posto sbagliato. Il viaggio contromano e Restate nel posto sbagliato. Manuale di intempestività di Franco La Cecla, antropologo e architetto sono due volumi che andrebbero letti insieme a Perdersi: l’uomo senza ambiente, dello stesso autore. Franco La Cecla si è occupato spesso di letteratura di viaggio e antropologia come in Jet-leg: antropologia e altri disturbi da viaggio e Good Morning karaoke. Tra i 10 libri sull’antropologia e l’archeologia ha deciso di menzionare questi perchè i testi di La Cecla sono chiarissimi e tra le voci più interessanti per gli spunti di riflessione che pone. Conduce il lettore nella comprensione dell’altro attraverso il suo sguardo critico. Sono dei libri di antropologia fondamentali, rivolti a un pubblico interessato a leggere la complessità di paesi poco conosciuti.

Missione antropologica nei borghi

I paesi invisibili. Manifesto sentimentale e politico per salvare i borghi d’Italia” edito dal Saggiatore è un testo che ho desiderato scrivere sotto forma di autofiction. E’ la sintesi di due esperienze: antropologica e archeologica che ho vissuto in Italia e all’estero. Ho scelto di far emergere le contraddizioni tra una ricerca vissuta sul campo e una ricerca teorica. I paesi invisibili è uno studio di lungo periodo effettuato nelle aree interne dell’Italia, all’interno di una équipe multidisciplinare di stampo anglosassone. E’ un saggio che indaga e spiega come si documentano le comunità che stanno per scomparire.

Stare bene con i compagni di scavo è fondamentale, perché per diversi mesi all’anno si vive insieme, dormendo in camerate da quindici letti. Si condivide tutto, dal bagno al sonno. Ci si confida, si studia, si viaggia e si esplorano luoghi inaccessibili alla maggior parte delle persone. Si hanno le chiavi di luoghi chiusi, si accede a grotte, si crea un rapporto inedito con animali che di solito fanno paura, come ragni, scarafaggi e bisce, e può accadere che i letti siano infestati di pulci, zecche e pappataci. Si impara a camminare al buio o strisciare nei cunicoli sotterranei, a leggere formazioni geologiche, a studiare i paesaggi. Si rivede l’ ultimo pasto di genti antiche o il gesto con cui hanno abbandonato i resti alimentari sul fuoco o hanno deposto un’offerta votiva. È un lavoro meraviglioso, il mio sogno è vivere solo in missione. (Anna Rizzo)

I migliori libri di archeologia

La campagna di ricerca accomuna la professione dell’antropologo a quella dell’archeologo, che si pone invece come obiettivo di mettere in luce attraverso lo scavo, i resti materiali dell’agire umano. Anche gli archeologi per lunghi periodi si trasferiscono a vivere in prossimità del sito da scavare. Quasi tutti sono concordi nel ritenere che l’esperienza immersiva e rituale della missione archeologica, è un momento di crescita personale.  Flaminia Cruciani, archeologa, in Lezioni di immortalità, Strade Blu, Mondadori, descrive un raro momento di intimità che vive l’archeologo durante il campo:

“Bisognava considerare che il villaggio di Mardikh offriva assai poco, che nel deserto la <<civiltà>> era lontana e che non avrei dovuto dimenticare nulla. Mi ero attrezzata con una lista che mi aiutava nei preparativi: saponi, shampoo, bagnoschiuma, balsamo e creme per la pelle che lì con la terra e il vento si screpolava, fermagli per capelli, fazzoletti umidi. Una pila e qualche candela per la notte, fiammiferi, ago e filo, penne, quaderni…non si finiva più. Era una partenza per un viaggio che non si concludeva a Mardick ma proseguiva nella profondità dello scavo e della gente. A Mardikh ci s’immergeva in un’altra dimensione, erano mesi d’introspezione, di letture, di ragionamenti, di ascolto e di ritiro mistico nell’accezione etimologica del chiudere gli occhi per aprirli su un altrove”. (Flaminia Cruciani)

In missione archeologica con Gli Ezidi e Zerocalcare

Uno dei libri che non ti aspetteresti di leggere sulle missioni archeologiche è Viaggiare è il mio peccato di Agatha Christie. La scrittrice e giallista sposa in seconde nozze l’archeologo inglese Max Mallowan, che seguirà con passione durante le campagne di scavo in Siria. E’ un avvincente libro autobiografico e offre uno spaccato storico di come si svolgevano le missioni agli inizi del Novecento e come avvenivano i trasferimenti dei reperti tra medio Oriente e l’Europa. Le missioni archeologiche, inoltre, saranno fonte di ispirazione per delineare i soggetti dei personaggi nei suoi gialli.

E’ un libro intriso di un razzismo strisciante e fastidioso. Va contestualizzato all’epoca in cui è stato scritto, nella prima metà del Novecento. Si narrano, inoltre, le vicende degli Ezidi, una etnìa curda che vive al confine tra la Siria e l’Iraq. Gli Ezidi oggi come allora sono razzializzati e se vi appassionano le graphic novel Zerocalcare in “No sleep till Shengal” ha dedicato il suo ultimo lavoro a questa comunità.

Codice, Etica e Deontologia nella ricerca sul campo

Tra i 10 libri sull’antropologia e l’archeologia è fondamentalmente utile la lettura di Per un’antropologia non egemonica il Manifesto di Losanna a cura di Francine Saillant, Mondher Kilani e Florence Graezer Bideau, Eleuthera edizioni. Un testo chiaro per riformulare il dibattito sulla colonialità e l’appropriazione e ci permette di aprirci a nuove modalità di conoscenza.

Anna Rizzo, Antropologa

suggerimenti di lettura in merito all’articolo ”10 libri sull’antropologia e l’archeologia”

Se ti è piaciuto questo articolo in cui ti suggerisco la lettura di alcuni libri, ti consiglio di leggere altri articoli che ho scritto per la rubrica Antropologia, ad esempio quello sul ruolo della scrittura per l’antropologo o quello dei criteri e metodi della ricerca sul campo.