Andragogia vs Pedagogia: la formazione per adulti a confronto con la pedagogia classica

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L’andragogia è l’insieme dei principi fondamentali dell’apprendimento applicabili a tutti i contesti nei quali l’adulto apprende.

A differenza della pedagogia classica, l’andragogia rispetta in toto le esperienze, i pregiudizi e gli obiettivi che l’adulto ha prima di mettere in atto un apprendimento.

Non solo li rispetta, ma li usa a suo vantaggio modulando l’intervento formativo a seconda delle capacità, degli stili di apprendimento, della personalità e delle capacità comunicative del discente.

Quando nasce l’andragogia?

L’andragogia, come molte scoperte nel campo della psicologia e della pedagogia, nasce in America negli anni’70. Colui che per primo introdusse il concetto che adulti e bambini imparano diversamente fu Malcom Knowles.

Come c’era da aspettarsi, questo inizialmente scatenò diverse controversie.

Tre erano gli assunti di Knowles riguardo l’Andragogia:

  1. L’adulto ha bisogno di capire perché apprende solo per interesse o bisogno e non per imposizione;
  2. L’educazione che riceve deve rispettare e valorizzare l’adulto (per capirci meglio, è assolutamente vietata la punizione tipica della pedagogia classica);
  3. L’adulto possiede un’esperienza che farà da filtro ma potenzialmente anche da spinta dell’apprendimento in atto;

Successivamente lo stesso Knowles ne aggiungerà altrettanti 3 che sono

  1. L’adulto è disposto ad apprendere,
  2. poichè è esso stesso orientato verso l’apprendimento,
  3. ed ha una motivazione a farlo, che può essere intrinseca o estrinseca

Questa motivazione può essere mossa da una vasta gamma di obiettivi:

  • obiettivi personali (per esempio migliorare la propria qualità di vita (investimento), oppure trasferire le competenze a qualcun altro (trasferibilità) o ancora crescere istituzionalmente (alla quale si propone la HRD: Human Resouce Developement)
  • obiettivi e strategie dell’organizzazione (che vuole migliorare le competenze delle proprie risorse umane)

e necessita di un ROI (ritorno dell’investimento)

Andragogia: quale legame tra teoria e pratica?

L’andragogia funziona meglio quando è adattata alle particolarità dei discenti ed alla situazione in cui avviene l’apprendimento.

Essa, come detto precedentemente, tiene conto delle individualità del discente, delle particolarità situazionali, degli obiettivi e degli scopi dell’apprendimento.

Ma in che modo questa mette in relazione la teoria alla pratica?

Secondo Torraco, una teoria serve a spiegare un dato fenomeno e come esso funzioni. Di fatto, però, essa è un po’ di più di così.

Essa (la teoria) è un sistema esauriente, conseguente ed internamente coerente di idee relative ad un insieme di fenomeni. Per un ricercatore, per esempio, il bisogno di ipotesi che diano una direzione iniziale alle sue azioni non è altro che una teoria.

Quindi la conoscenza della teoria aiuta la pratica?

Skinner, celebre psicologo scopritore del condizionamento operante, contesta a fondo le teorie, perché trova che esse siano procedure per un controllo di ipotesi di fatto fuorvianti e dispersive, sostenendo la mera osservazione e la raccolta empirica dei dati come unico strumento corretto di valutazione.

Quello che ci insegna Skinner, più che con le sue parole con i suoi esperimenti, è che l’apprendimento comportamentale non necessita assolutamente di coscienza (altrimenti come potrebbe un topo imparare ad azionare una porta verso il cibo?).

Se il nostro obiettivo formativo è apprendere competenze attive, forse mettere un po’ da parte la teoria potrebbe essere più funzionale di quanto si pensi.

Nella formazione per adulti, questo viene fatto molto spesso.

L’apprendimento negli adulti

Il processo di apprendimento di una qualsiasi capacità mette in rilievo il cambiamento della persona e come esso viene prodotto.

Questi non è altro che l’atto o il processo attraverso il quale il cambiamento comportamentale, le conoscenze e le abilità vengono acquisiti.

“L’apprendimento implica un cambiamento. (…) qualsiasi cambiamento nel comportamento significa che l’apprendimento sta avendo o ha avuto luogo. L’apprendimento che si verifica durante il processo di cambiamento può essere definito processo di apprendimento” (Crow e Crow, 1963).

Quando si parla di formazione, l’accento va sul formatore come agente di cambiamento, il quale produce stimoli e rinforzi per l’apprendimento e progetta attività per indurre un cambiamento.

L’apprendimento è un cambiamento nell’individuo a seguito dell’interazione tra quell’individuo e il suo ambiente, che soddisfa un bisogno e gli consente di rapportarsi più adeguatamente al suo ambiente” (Burton, 1963)

Questo cambiamento indotto deve avvenire nelle conoscenze, nelle abilità e negli atteggiamenti dei gruppi o degli individui che ricevono la formazione.

E proprio in questo senso possiamo introdurre due altri concetti legati all’apprendimento oltre al cambiamento:

Il modellamento e il controllo

Sempre secondo Skinner, l’apprendimento, oltre a suscitare cambiamento, è un processo dove il comportamento viene sia modellato che controllato (dall’esterno o dall’interno o entrambi)

Se vogliamo che la nostra sala sviluppi competenze e realizzi le sue potenzialità individuali e di gruppo (Bruner) dobbiamo quindi coinvolgere la nostra sala seguendo, di base, gli stessi concetti che Rogers teorizzava nella sua Psicologia Umanistica (1963):

  1. Coinvolgimento personale: l’intera persona sia nei suoi aspetti cognitivi che nei suoi sentimenti è coinvolta nell’apprendimento;
  2. Auto-iniziazione: anche quando spinta viene da esterno, la sensazione di scoprire, afferrare, protendersi viene dall’interno.
  3. Pervasività: l’apprendimento cambia comportamento, atteggiamenti e personalità del discente.
  4. Valutazione da parte del discente: il discente sa se l’apprendimento soddisfa le sue esigenze personali e questo lo porta verso quello che lui vuole conoscere;
  5. La sua essenza è il significato: ciò che è significativo per il discente è incorporato nell’esperienza intera.

Tutto questo contribuisce al modellamento del comportamento futuro del discente, sempre assumendo che vi sia un controllo sul processo in atto.

DISTINZIONE TRA Pedagogia ed andragogia

Il modello pedagogico, come dice la parola stessa pedagogia che deriva dal greco παιδαγογία (paidagogía «condurre bambini, accompagnamento») è l’arte di insegnare ai bambini.

Nasce nel VII° sec in Europa, nelle scuole Monastiche, e aveva in quel caso l’obiettivo di indottrinare ragazzi per prepararli al sacerdozio. Questi monaci misero insieme assunti sull’apprendimento e sui metodi che, ahinoi, sono durati fino al ‘900 e sono la base della nostra istruzione.

La pedagogia attribuisce all’insegnante tutte le responsabilità delle decisioni relative ai contenuti, ai metodi, ai tempi, alla valutazione dell’apprendimento.

I discenti, nella pedagogia, giocano un ruolo subordinato.

I 6 assunti della pedagogia

  1. Il bisogno di sapere; i discenti devono apprendere solo ciò che viene loro insegnato per essere promossi, non interessa il come applicarlo alla vita reale.
  2. Il concetto di sé del discente; il concetto che l’insegnante ha del discente è di una personalità dipendente. Il bisogno di autonomia si sviluppa ma la cultura non alimenta le abilità richieste dall’autonomia.
  3. Ruolo dell’esperienza; per la pedagogia ha poco valore l’esperienza del discente; quella che conta è quella del docente e di chi ha prodotto i vari supporti di studio.
  4. Disposizione ad apprendere; i discenti devono apprendere ciò che il docente dice se vogliono essere promossi.
  5. Orientati verso l’apprendimento; l’orientamento ad apprendere dei discenti è centrato sulla materia. Apprendimento= acquisizione di contenuti della materia.
  6. La motivazione; i discenti sono motivati ad apprendere da moventi esterni (voti, approvazione…)

Dopo la 1° Guerra Mondiale però, in Usa ed Eu, si sviluppa studio dell’insegnamento agli adulti nato dalla necessità sempre maggiore di competenze tecniche nel campo lavorativo.

Il modello andragogico

Il modello Andragogico, termine introdotto da un formatore per adulti Jugoslavo Dusan Savicevic nel 1967 e da Knowles nel 1968 nonostante il primo ad usarlo fu un maestro elementare tedesco di nome Alexander Kapp nel 1833, invece parte dal presupposto che il discente sia un adulto. Sembra poco, ma invece è tutto.

L’adulto, in psicologia, a differenza dell’infante o dell’adolescente ha un concetto di sé come persona autonoma e responsabile della sua vita.

Per questo l’Andragogia si basa sugli assunti elencati ad inizio articolo: essa parte dall’assunto che il ricevente abbia caratteristiche specifiche ed uniche che devono essere sfruttate e potenziate e non represse o accantonate.

Quando l’andragogia incontra la pedadogia

Tra il 1970 e il 1980 qualcuno provò ad applicare il modello andragogico all’educazione dei bambini, e in alcuni casi i bambini ed i giovani sembravano apprendere meglio. In altri sembrava invece che il modello andragogico non funzionasse neanche con gli adulti.

Alcuni insegnanti riportavano che il loro insegnamento diventava efficace quando integravano nel modello pedagogico alcuni assunti andragogici, per esempio

  • instaurare un clima in cui i discenti sentano di ricevere più rispetto;
  • instaurare la fiducia di non essere minacciati;
  • mostrare loro l’esigenza che hanno di conoscere;
  • riconoscere loro una parte di responsabilità nella scelta di metodi e strumenti;
  • e coinvolgerli nella valutazione del loro apprendimento.

Questi approcci mettono l’infante e l’adolescente in grado di acquisire in autonomia informazioni ed abilità. Questo non significa che metterli in atto sia facile come, automaticamente, lo è con gli adulti.

il processamento delle informazioni negli adulti e il modello intero-parte-intero

Gli adulti, tendenzialmente, hanno due modi distinti e opposti di processare le informazioni (facilmente paragonabili alla differenza tra sintesi e analisi)

  • un processamento globale/olistico – chi apprende così si appropria prima del quadro complessivo, poi dei dettagli. Si concentrano su molteplici elementi della materia e cercano relazioni tra questi (processo simil – sintetico)
  • processamento analitico/seriale – chi apprende così preferisce processare l’intera informazione in senso lineare, passo dopo passo, concentrandosi su un elemento per volta, piuttosto che partire dal contesto (processo simil – anlitico)

Questo significa che i professionisti dell’apprendimento devono presentare le informazioni in modo diverso, in maniera da farle acquisire a discenti diversi.

Swanson introduce in merito il modello Intero-parte-intero, che viene in contro a questa problematica.

Si parte da un quadro generale (intero), poi si spiegano i singoli elementi (le parti), per poi riassumere globalmente finalizzando le competenze apprese verso la loro applicazione nella vita vera (intero).

l’autovalutazione: l’ultimo momendo della formazione andragogica

La consapevolezza, la rappresentazione e il bisogno di imparare sono coinvolti nel processo di autovalutazione.

L’autovalutazione, in questa visione, è valorizzante del lavoro stesso anche se completamente erronea.

Difatti, spesso l’autovalutazione ripetuta alla fine del training è più scarsa rispetto a quella iniziale, perché nel corso della formazione il discente si accorge delle competenze mancanti.

Quello che è importante capire è che l’autovalutazione non è semplicemente il voto, ma la posizione in cui si trova la persone nella propria scala delle competenze, e per questo è ritenuta l’ultimo momento della formazione.

Lasciare che i discenti si autovalutino permette loro di acquisire e portare a lungo termine quanto appreso oltre che consapevolizzare i propri limiti (e potenzialmente come superarli in futuro).

C’è un nuovo modello in giro, si chiama eutagogia ed è ancora più rivoluzionaria dell’andragogia! Ma per questo, dovrai aspettare il prossimo articolo.

Dottor Niccolò Di Paolo

Se ti è piaciuto l’argomento ti suggerisco di leggere l’articolo della dottoressa Giada Mignolli, Neoliberismo ed educazione: test stardadizzati e impoverimento delle soft skills

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