Che cos’è il talento? È una questione di genetica o di ambiente? Comprendiamolo attraverso la storia di Mozart

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Che cos’è il talento? Qualcosa che è presente nel nostro DNA sin dall’infanzia che ci permette di esprimere una qualità al mondo senza il minimo sforzo? Una sorta di dote divina che rende alcune persone più speciali di altre?

Se, per esempio, siete tra quelli che usano ancora Mozart come esempio di bambino prodigio, è finalmente arrivato il momento di farvi una cultura musicale (oltre a comprendere il processo psicologico dietro l’espressione di una qualità personale da alcuni definita “talento”).

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Che cos’è il talento? È innato?

Siamo abituati a pensare che certi tipi di talenti siano innati.

Per colpa di frasi quali “qual è il segreto del tuo successo?” oppure “quand’è che hai capito che saresti stato un cantante?” siamo abituati a pensare che esistano dei momenti chiave, dei crocevia, dei satori che ci cambiano la vita facendoci diventare felici, ricchi e famosi.

La verità è che nessuno è stato mai folgorato sulla via di Damasco.

In Italia tendiamo ad incollare alle persone che hanno raggiunto un qualsiasi risultato etichette quali “fortuna”, “bellezza fisica” o “genetica”. Mentre sulle prime due è chiara e palese una massiccia dose di invidia disfunzionale, vorrei soffermarmi sulla terza portandovi in esempio il più celebre degli “enfant prodige

Wolfgang Amadeus Mozart

Wolfgang Amadeus Mozart (Salisburgo, 27 gennaio 1756 – Vienna, 5 dicembre 1791) è stato probabilmente il più grande musicista e compositore di tutti i tempi.

Iniziò a comporre all’età di sei anni, e questo fatto ci fa subito pensare che il suo immenso talento fosse dentro le sue vene, nascosto in qualche codone genetico. Questo perché altrimenti non si spiegherebbe come a sei anni un bambino possa comporre un minuetto (KV 1 – 1762).

Quello che tra le “small talks” sulla musica viene menzionato poche volte è che Wolfgang aveva un padre musicista (Leopold) già abbastanza affermato che gli ha insegnato la musica sin dai primissimi anni (così come a sua sorella Maria Anna, unica dei 6 fratelli di Wolfgang che non sia morta durante l’infanzia).

Quello che non viene proprio mai mai detto è che Wolfgang, tra i 13 e i 17 anni, sotto la direzione del padre ha intrapreso ben 3 viaggi in Italia visitando più di 40 città e altrettanti compositori dai quali Wolfgang ha studiato e perfezionato l’arte della composizione (tra il 1769 e il 1773).

Viaggiare in carrozza per più di 40 città per 3 anni nel 1700 non è proprio come oggi viaggiare su Italo e prenotare il biglietto online: allora viaggiare era estremamente complesso e stancante (oltre che ovviamente dispendioso).

Oltre a questo, quello che sappiamo dalle fonti storiche è che Mozart ha dedicato tutta la sua vita alla musica a tal punto da essere il primo nella storia della musica a svincolarsi dalla servitù feudale e a intraprendere una carriera come libero professionista.

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Cos’è il talento? Per Mozart è stato coerenza e perseveranza

Fino ad allora la musica, come ogni forma d’arte, poteva essere composta solo su commissione. Mozart invece per una coerenza interna decise di abbandonare una via sicura andando incontro a grandi rischi economici. Questo pur di comporre la sua musica senza dover sottostare a ordini o indicazioni di altri (un po’ come tutti i musicisti moderni, non trovate?)

Ciò che chiamiamo talento spesso e volentieri è una nostra proiezione invidiosa. Prima del suo enorme ed indiscusso talento, se la musica di Mozart è arrivata ai giorni nostri non è stato grazie un corredo genetico musicalmente perfetto, ma bensì una profonda perseveranza e una straordinaria coerenza.

Questo lo si può dedurre anche dal fatto che l’Austria in generale, e in particolare Vienna, nel 1700 era piena di bambini prodigi che sapevano suonare pianoforte o violino a 5 anni come Mozart.

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Ma se la perseveranza fosse una peculiarità genetica?

È ampiamente documentato come la perseveranza – ovvero la «costanza e fermezza nel perseguire i propri scopi o nel tener fede ai propositi», secondo il dizionario Treccani – sia correlata ai risultati a lungo termine di qualsiasi individuo indipendentemente dal livello intellettivo. Statisticamente è stato dimostrato più volte come questa porti a voti scolastici e a successi professionali più alti rispetto all’intelligenza.

Come si sviluppa la perseveranza? È innata o appresa?

Un interessante studio del 2019 della Dottoressa Julia Leonard dell’Università di Stanford, “Social influences on children’s persistence and learning”, spiega, attraverso un esperimento, com’è che i bambini imparino la “perseveranza”.

Lo studio si è sviluppato così: un gruppo di bambini di 15 mesi è stato suddiviso in tre differenti situazioni

  • nella prima, i piccoli vedevano un adulto provare ripetutamente a raggiungere il proprio obiettivo (far funzionare un giocattolo);
  • nella seconda, i bambini osservavano lo stesso adulto ottenere subito e senza sforzo lo stesso risultato;
  • la terza serviva da caso neutro.

Successivamente a tutti i bambini è stato consegnato un nuovo gioco di difficile utilizzo.

Coloro che erano stati esposti alla prima condizione, ovvero coloro che avevano visto l’adulto perseverante, hanno fatto in media molti più tentativi di mettere in moto il gioco rispetto ai loro compagni.

Questo significa innanzitutto che i bambini piccoli integrano attivamente e continuamente informazioni sulle azioni degli adulti. Secondo di poi che, oltre alle azioni, i bambini integrano i loro risultati (successo o fallimento) e sulla loro testimonianza per decidere quanto sia difficile provare un nuovo compito.

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È possibile acquisire la perserveranza da adulti?

Quello che ancora non è chiaro è se, nonostante dei modelli adulti disfunzionali all’apprendimento della perseveranza, questa possa essere appresa in un secondo momento.

Per quello che ho visto scorrendo Google sotto la ricerca “come imparare la perseveranza” sembra che la cosa non sia così difficile come sembra.

Io non so se questo articolo vi spronerà o meno verso i vostri obiettivi.

Quello che però mi auguro è che la prossima volta che riconoscete un successo altrui possiate dargli una pacca sulla spalla e complimentarvi piuttosto che nascondervi dietro delle squallide e banalissime scuse, e che soprattutto, se qualcuno vi sembra meno intelligente di altri, non dovete in nessun modo sottovalutare la sua componente motivazionale perché essa potrebbe portare a risultati ben più alti di quelli che potete immaginare.

Dottor Niccolò Di Paolo

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