Che fine hanno fatto i Simpson? L’evoluzione delLa satira nella sitcom animata più longeva di sempre

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I Simpson, la sitcom più longeva di sempre, con la sua satira rappresenta uno dei prodotti televisivi che ha maggiormente influenzato la cultura contemporanea.

Dal 27 settembre 2020 al 23 maggio 2021, negli Stati Uniti, è andata in onda la trentaduesima stagione de “I Simpson” (“The Simpsons”), la sitcom più longeva di sempre con ben 706 episodi in totale (684 giunti finora in Italia).

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“I Simpson” e la loro influenza

Probabilmente questa serie non ha bisogno di presentazioni, visto che tutti almeno una volta anche per sbaglio hanno visto almeno un episodio. Inoltre “I Simpson” sono senza dubbio uno dei prodotti televisivi che ha maggiormente influenzato la cultura contemporanea.

Basti pensare, infatti, agli innumerevoli neologismi introdotti nel corso della sitcom che successivamente sono diventati di uso comune: come le espressioni “Ciucciati il calzino” (“Eatmy shorts”) di Bart e “Ha-Ha” (Haw-Haw”) del bullo Nelson o il celeberrimo verso di disapprovazione di Homer, “D’oh!”, che è stato addirittura inserito nel “Dizionario Oxford della lingua inglese”.

Però già da qualche anno molti sostengono che “I Simpson” hanno perso il loro “tocco magico” e che ormai non facciano più ridere. È davvero così?

Ripercorrerriamo prima la storia di questa celebre serie tv prima di provare a rispondere a questa domanda.

La nascita de “I Simpson”

La famiglia di Springfield, nata dalla mente del fumettista Matthew Abraham Groening, ha iniziato la sua lunghissima carriera televisiva nel oramai lontano 1989.

Anche se in realtà già a partire dal 1987, per due anni, furono trasmessi, durante il varietà televisivo “The Tracey Ullman Show”, ben 48 cortometraggi che mostrarono per la prima volta in assoluto la stramba famiglia gialla. Come detto, però, la serie regolare iniziò nel dicembre dell’89. E così da trentadue anni i Simpson sono lo “specchio” della società statunitense, e in senso più lato di quella occidentale.

Infatti ogni cambiamento sociale, politico, tecnologico e culturale della nostra epoca è perfettamente mostrato nel corso delle varie stagioni della sitcom. In questo articolo cercherò proprio di classificare temporalmente le stagioni e di analizzare le “evoluzione” o “devoluzione”, dipende dai punti di vista, di questa celeberrima serie.

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La storia de “I Simpson” e l’attacco di Barbara Bush

Il nostro viaggio comincia, appunto, nel 1989. Nel novembre dell’anno prima George Bush Sr. aveva vinto le elezioni e gli Stati Uniti si avviavano ad affrontare il terzo mandato repubblicano consecutivo, dopo i due di Reagan. Nel frattempo Homer, Marge, Bart, Lisa e Maggie stavano iniziando a conquistare il pubblico americano con le loro assurde ed irreverenti avventure.

La sitcom si rivelò essere talmente “spudorata”, che nel 1990 la “First Lady” Barbara Bush dichiarò pubblicamente che “I Simpson” erano “la cosa più stupida che abbia mai visto”, nonché un pessimo esempio per i giovani statunitensi. Gli sceneggiatori della sitcom, a questo punto, ebbero un’idea geniale: risposero alle critiche della “First Lady” con una lettera pubblica, firmata Marge Simpson.

La risposta di Marge a Barbara Bush

In questa lettera, “Marge” comunicò a Barbara Bush di essere dispiaciuta che la sua famiglia non le fosse gradita, ma che avrebbe fatto di tutto, come madre e moglie, per cercare di “migliorare” i suoi cari.

Inoltre, in conclusione della missiva, la casalinga springfieldiana aggiunse

“Signora, se noi siamo la cosa più stupida che lei abbia mai visto, Washington deve essere parecchio diversa da quello che mi hanno insegnato al gruppo di attualità della chiesa”.

Il dietrofront di Barbara

Data la reazione avversa di gran parte del pubblico televisivo che arrivò a definirla una vera bigotta, la “First Lady” fu costretta a rispondere alla lettera e a scusarsi pubblicamente per le critiche troppo affrettate. Scrisse:

…È chiaro che siete un bell’esempio per il paese. Ti prego di perdonarmi, Marge, se mi sono lasciata andare e ho parlato senza pensare. Con affetto, Barbara Bush”.

Era la prima volta che un cartone animato riusciva a “colpire” così da vicino, con la propria satira, le alte sfere governative. Davvero incredibile!

In seguito, dopo l’iniziale accoglienza diffidente da parte della critica, “I Simpson” riuscirono ad affascinare praticamente tutti con il loro humor, diventando uno dei simboli culturali degli anni ‘90.

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Analisi de “I Simpson” e ruolo dell’umorismo nella sitcom

Dalla prima alla settima stagione (1989-1996) le puntate si concentravano quasi esclusivamente sulle gag umoristiche e le battute, pronunciate dai vari personaggi, principali e non. Queste erano talmente ben fatte ed efficaci, che hanno reso questi primi episodi leggendari e che tutt’oggi sono ricordate ed apprezzate dai fan. Ciò che però era poco presente ne “I Simpson” delle “origini” era la connotazione satirica.

La componente satirica, allora, si “limitava” a qualche frecciata buttata lì da qualche personaggio sugli argomenti più disparati: dalla politica alla religione, alla cultura pop. Ma ancora non c’erano ancora puntate interamente incentrate sulla dissacrazione di un qualsivoglia simbolo sociale e/o culturale.

Ci sono naturalmente delle eccezioni:

Episodio 14 “Due pessimi vicini di casa” (“Two BadNeighbors”, S7 E13,) – 14 gennaio 1996

Parodia del film “Dennis la minaccia” (“Dennis the Menace”, 1993), la puntata racconta del trasferimento di George Bush a Springfield, per la precisione proprio di fronte la casa della famiglia Simpson.

L’episodio è tuttora considerato uno dei più divertenti ed iconici dell’intera serie, soprattutto perché Homer prende letteralmente a pugni l’ex presidente degli U.S.A.

Anche in questo caso, però, ciò su cui gli sceneggiatori si basarono, per suscitare le risate del pubblico, furono le gag e, specialmente in questo caso, l’umorismo fisico (come Homer che tinge d’arcobaleno i capelli di Bush).

Sono totalmente assenti, invece, sferzanti critiche alla politica dell’ex presidente; oppure se ci sono, esse vengono fatte passare in secondo piano. Insomma si può dire che le prime stagioni de “I Simpson”, pur essendo di grandissima qualità, sono servite più che altro per attirare più pubblico possibile.

Conseguenza a ciò, gli scenaristi hanno cercato di concentrarsi maggiormente su una comicità, seppur irriverente, poco polemica, di più facile comprensione e più apprezzabile dalla massa.

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Episodio 150 – “Tanto Apu per niente” (“MuchApuAboutNothing”, S7 E23) – 30 gennaio 2006

È proprio alla fine della settima stagione che troviamo il primo vero episodio “di protesta”.

Questa celebre puntata affronta con ironia e sarcasmo uno dei “problemi-simbolo” della nostra era, l’immigrazione. Pregiudizi, opportunismi politici e fanatismi vengono tutti affrescati benissimo, in chiave totalmente umoristica e satirica, dal grande sceneggiatore David X. Cohen, il co-creatore di “Futurama” (1999-2013).

Tale episodio segnò l’inizio di una nuova fase per “I Simpson”. A partire dalla successiva stagione, infatti, cominciarono a venir trasmesse sempre più puntate in cui la satira colpiva, dall’inizio alla fine, una grande varietà di temi: dalla religione alla politica, dall’ambiente al bullismo. Naturalmente lo scopo di questi episodi era quello di parodiare gli eventi e le problematiche dell’era contemporanea, ma allo stesso tempo gli scrittori della serie riuscivano anche a trasmetter importanti messaggi.

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Il periodo d’oro per “I Simpson” e l’importanza della satira

Questa fase continuò fino alla fine della dodicesima stagione, trasmessa dall’autunno del 2000 alla primavera del 2001, ovvero l’ultimo anno della presidenza Clinton (1993-2001).Il successivo presidente, George Bush Jr., oltre ad avviare uno dei mandati più conservatori e repressivi della storia statunitense, diede indirettamente inizio anche al periodo migliore de “I Simpson”. Difatti, per ben sette stagioni (S13-S19), la sitcom riuscì a “sfornare” svariati episodi a dir poco eccezionali, sotto diversi aspetti: dalla comicità pura e semplice all’interazione fra i personaggi, fino alla grande componente satirica, che nella stragrande maggioranza delle puntate era a dir poco predominante.

La satira di questa fase era davvero sferzante, e non risparmiava proprio nessuno. Politici, presidente compreso, grandi industriali ed imprenditori, come Donald Trump, e perfino i grandi media, soprattutto “Fox News”, venivano “spolpati vivi” dalle ferocissime battute di tutti gli springfieldiani. Inoltre, la connotazione satirico-parodistica è onnipresente. Si presenta in ogni puntata, infatti, sia sotto forma di frecciate, inserite qui e lì come accadeva nelle primissime stagioni, sia come argomento centrale dell’episodio stesso. Quest’ultimo schema venne utilizzato maggiormente.

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Esempio di satira politica ne “I Simpson”

Un esempio su tutti è la puntata “Alla faccia della bandiera” (“Bart-Mangled Banner”, S15 E21), scritta da John Frink, uno dei principali sceneggiatori della sitcom. Tale episodio affronta, con grandissimo umorismo, l’estremo nazionalismo del governo Bush ed il cosiddetto “Patriot Act” (nell’episodio ironicamente chiamato “GovernmentKnows BestAct”, cioè l’atto “Il governo sa ciò che è meglio”), ovvero una legge federale che rafforzava i corpi di polizia e di spionaggio, con il rischio di aumentarne gli abusi, per salvaguardare la nazione da attacchi terroristici.

Frink è riuscito a realizzare un piccolo capolavoro della satira politica. Lo sceneggiatore di Whitesboro (New York), infatti, ha magistralmente costruito l’episodio, arricchendo la trama con battute esilaranti e ben congeniate sul governo statunitense. Inoltre ogni scena contiene almeno una critica, più o meno velata, alla politica di Bush. L’apice satirico di tale fase “bushiana” de “I Simpson” venne raggiunto nella sedicesima stagione (2005-2006), durante la quale vennero trasmessi episodi divertentissimi e straordinariamente provocatori, come “Gay, un invito a nozze” (“There’sSomethingAboutMarrying”, S16 E10) e “Padre, figlio e spirito pratico” (“The Father, The Son & The Holy Guest Star”, S16 E20).

Il primo periodo di rallentamento ne “I Simpson” e le novità

Purtroppo questo splendido periodo finì qualche anno più tardi. Infatti dopo l’uscita del primo, e finora unico, lungometraggio su “I Simpson”, ovvero “I Simpson-Il film” (“The Simpsons Movie”, 2007), e dopo la diciannovesima stagione (2007-2008)la serie conobbe un primo rallentamento. Ciò avvenne, non a caso oserei dire, in concomitanza con l’elezione del presidente Barack Hussein Obama II. Difatti, complice il nuovo e più sereno clima politico-sociale, le puntate cominciarono a diventare meno polemiche, riavvicinandosi un poco allo schema delle primissime stagioni.

Questa volta però il solo umorismo non bastò più ad attirare nuovo pubblico. Infatti, a differenza degli anni ’90, ormai la “creatura” di Groening non era più sola nel panorama dell’animazione per adulti. Già a partire dalla fine del secolo precedente erano nate nuove serie, che, prendendo come modello “I Simpson” stessi, avevano iniziato a prendere il loro posto nei cuori dei fan. Opere come “I Griffin” (“Family Guy”, 1999-oggi) e “American Dad!” (2005-oggi), entrambe create dall’animatore Seth WoodburyMacFarlane, riuscirono a registrare maggiori ascolti rispetto a “I Simpson”.

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Quali sono le cause di questi cambiamenti?

Beh, non esiste una sola risposta, ciò che si può dire che un paio di fattori sono stati, probabilmente, più decisivi di altri.

La “vecchiaia” della serie.

Non bisogna dimenticarsi che la famiglia di Springfield era nata alla fine degli anni ’80 e di conseguenza era stata ideata per rappresentare la famiglia statunitense media di quel periodo. Seppur gli sceneggiatori, come detto, hanno saputo seguire alla perfezione l’evoluzione della società occidentale nel corso degli anni, la struttura dei protagonisti è rimasta quella delle origini. Per questo motivo essi non rispecchiavano più la famiglia-tipo degli USA. Infatti una ragazzina nata negli anni ’90 non si rivedeva nella dolce, intelligente e pacata Lisa Simpson, invece le risultava più facile identificarsi con la problematica ed emarginata sociale Meg Griffin o con la scalmanata ed anticonformista Hayley Smith (“American Dad!”).

La comicità più “complessa”.

A partire dalla stagione tredici “I Simpson” hanno adottato un nuovo tipo di comicità e satira, meno evidente ed appariscente e più basata su allusioni e riferimenti storico-culturali. Perciò molte battute divennero meno “accessibili” alla massa. Viceversa le nuove serie del III millennio, specialmente “I Griffin”, puntavano su una comicità più dissacratoria ed allo stesso tempo comprensibile per tutti. Per fare un esempio, se “I Simpson” per irridere la religione facevano riferimenti alle divisioni intestine del cristianesimo o ad alcune falsità della Chiesa, “I Griffin” rappresentavano Dio che va a prostitute o Gesù che provoca sessualmente i bambini. Insomma erano, e sono ancora oggi, decisamente più espliciti.

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La qualità delle stagioni e la discesa de “I Simpson”

La qualità delle stagioni che vanno dalla venti alla venticinque, in ogni caso, era ancora ottima, sia dal punto di vista dell’umorismo e della trama degli episodi sia per quanto riguarda la struttura dei personaggi. Inoltre erano presenti puntate per niente inferiori agli episodi dell’apogeo: come ad esempio “Videosorveglianza e reality show” (“To Surveil with Love”, S21 E20).

Stiamo per giungere alla fine del nostro viaggio. Difatti dopo la venticinquesima stagione, la sitcom iniziò la sua “discesa” vera e propria. Attenzione però, con questo non dovete intendere che la qualità della serie sia diminuita, ma soltanto che mancano le idee efficaci di prima. Nelle ultime stagioni (S26-S32), infatti, la narrativa delle singole puntate è più che buona, con storie avvincenti e divertenti, anche se, come detto, non memorabili. Inoltre la componente satirica è diventata molto più velata e “leggera” e stentano a vedersi delle puntate “di protesta” come accadeva nelle precedenti stagioni.

Ma i Simpson…sono finiti? Vi dico la mia

Per concludere “I Simpson” sono finiti?

Diciamo solo che stanno invecchiando, e direi tutto sommato anche abbastanza bene, e di conseguenza non riescono più a stravolgere completamente gli schemi come un tempo, lasciando questo “compito” ai loro eredi. La cosa che bisogna tenere a mente è che questa serie ha fatto la storia della televisione e che, molto probabilmente, senza di essa oggi il panorama delle sitcom sarebbe molto diverso. 

Cesare Vicoli