Come nasce la meditazione? Una pratica antica quanto l’essere umano

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La meditazione serve a fronteggiare “il flusso di fenomeni esperienziali con un atteggiamento di accettazione e chiarezza che rivelerebbe la consapevolezza che siamo tutti Uno e connessi.” (Dalai Lama)

Potrebbe essere pensiero comune quello di credere che la nascita della meditazione sia avvenuta grazie agli insegnamenti del Buddha originale (Siddhārtha Gautama).

Non a caso, infatti, in molti ritengono che la pratica della meditazione sia strettamente legata alla religione buddista, in particolar modo al buddismo indiano.

Le cose non stanno proprio così.

La Meditazione: le origini

Per quanto possa sembrare strano, il Buddha originale non fu il primo a scoprire e tantomeno a inventare la tecnica di conoscenza del sé conosciuta come “meditazione”.

Molti testi buddisti precedenti alla nascita di Śākyamuni fanno infatti riferimento a svariate tecniche di meditazione che lo stesso Buddha imparò diligentemente dai suoi maestri.

Quando nasce dunque la pratica meditativa?

Per rispondere a questa domanda bisognerebbe fare una riflessione aprioristica sul significato di “meditazione”.

Nella sua definizione più astratta la pratica meditativa potrebbe essere antica quanto il genere umano, essendo essa legata all’essenza stessa dell’umanità.

A livello storico però, la più antica fonte documentata della meditazione è l’arte murale dell’India del 3500 a.C.

Questa arte rappresentava uomini seduti con gli occhi chiusi, presumibilmente durante l’atto meditativo.

La prima menzione scritta delle pratiche meditative è contenuta nei Veda (1500 a.C.), testi sacri della religione induista, che descrivono la pratica del Dhyana (“allenamento della mente”).

In realtà l’India non fu il solo paese protagonista riguardo al tema della meditazione, anzi…

La meditazione: un “mito” orientale da sfatare

Esiste una verità poco conosciuta alla maggior parte di noi, ovvero che la meditazione non è stata una pratica appartenente esclusivamente al mondo orientale e alle sue religioni.

La meditazione vide il suo sviluppo anche nella tradizione islamica ed ebraica.

Ciò che può stupire è che, sebbene diverse religioni possano attribuire alla pratica meditativa differenti significati, esiste comunque un filo comune che attraverso la meditazione le unisce: la profonda ricerca di sé stessi e della propria spiritualità.

La parola “spiritualità” però non è intesa soltanto nella sua accezione stretta di “fede” legata a una religione.

Pensate che originalmente anche la pratica meditativa del Buddha Śākyamuni non era ascritta a nessuna religione o filosofia.

Piuttosto, essa seguiva un cammino di conoscenza e illuminazione personale.

Ad oggi questa illuminazione potrebbe essere paragonata a quella che José Silva (parapsicologo messico-americano) chiamava “percezione sensoriale efficace”.

Per percezione sensoriale efficace s’intende uno stato mentale in cui vengono raggiunti una concentrazione rilassata e una vivida visualizzazione mentale.

Questo attraverso metodi di alterazione dell’attività elettrica di alcune parti del cervello che permettono di ottenere livelli inferiori di attività delle onde cerebrali.

In poche parole una forma di meditazione etero-indotta.

Dunque è possibile arrivare a uno stato di coscienza superiore attraverso la meditazione?

Se state cercando delle risposte pratiche riguardo ai misteri che circondano la pratica meditativa, purtroppo nessuno può aiutarvi.

Persino numerosi ricercatori e studiosi della mindfulness affermano che “articolare e vagliare le varie interpretazioni di questo costrutto (la consapevolezza di sé) è un’impresa difficile” (Kostanski & Hassed, 2008).

Il consiglio che qualsiasi “Vecchio Maestro” può darvi è quindi quello di esperire questa pratica, nel modo più autentico per ognuno di voi.

Perciò, cosa state aspettando? Iniziate a scoprirvi.

Dottoressa Giulia Anastasio

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