Cosa si nasconde dietro a quelli che Freud chiamava Lapsus?

“Il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio” Milan Kundera

Vi è mai capitato di dimenticare improvvisamente il nome di una persona di cui siete a conoscenza?
Oppure scordarvi di aver preso un appuntamento?

Freud in “Introduzione alla psicoanalisi” definisce questi eventi con il nome di “Atti mancati” (o più comunemente Lapsus) riconoscendone l’esistenza e la funzione.

Spesso spieghiamo queste dimenticanze temporanee come piccoli eventi insignificanti o come conseguenza di stanchezza o pigrizia, ma secondo Freud questi sono dei veri e propri “atti psichici” dotati di significato: sebbene queste “imprecisioni” possono essere favorite da scarsa memoria, distrazione momentanea o da affaticamento, la vera causa è celata in un mondo “sotterraneo” e vengono considerate espressione di un conflitto interno tra ciò che la coscienza ci impone e ciò che l’inconscio ci propone seguendo una direzione opposta.

Ad esempio, L’atto del DIMENTICARE propositi che ci siamo fatti non sarebbe legato all’importanza della cosa ma alla sensazione spiacevole che questa implica, quindi selezioniamo quello che vogliamo o non vogliamo ricordarci.

Al di là della teoria psicoanalitica, se contestualizziamo le nostre dimenticanze all’interno di una società che va ad alta velocità e che ci iper-stimola, non è difficile immaginare quanto tutto questo stressi il nostro cervello;

infatti il livello di cortisolo che il nostro corpo produce quando siamo sotto stress per un tempo prolungato non permette una buona ossigenazione del cervello diventando un vero e proprio agente tossico per la memoria.

Per la psicoanalisi questi eventi sono spunti che il nostro inconscio ci offre facendo capolino a causa di una momentanea perdita di controllo e che ci permettono di poter cogliere il contrasto tra esigenze interne.

A questa storica ed interessante visione aggiungerei anche la possibilità che questi “gap” siano la conseguenza di un costante processo di selezione attentiva che chiediamo al nostro cervello!

Voi che ne pensate?

Dottoressa Martina Di Dio