Criminologia e Giurisprudenza

Il vero significato del crimine risiede nel suo essere un’infrazione alla fiducia della comunità del genere umano (Joseph Conrad)

La criminologia vede il proprio campo d’azione delimitato dalla legge, talchè la sua autonomia deve ritenersi circoscritta ai fatti previsti dal diritto positivo come reati.

In realtà lo studio delle reazioni sociali, della personalità del reo o della vittima (tramite quella che definiamo “autopsia psicologica”)permette ad essa di addentrarsi nelle conseguenze che i delitti generano nella società, come il senso di insicurezza, o nelle cause psicologiche che hanno facilitato la commissione del reato.

Proprio il delitto non può essere studiato dalla scienza come un qualsiasi altro “fatto naturale”: esso può definirsi come fatto sociale definito dalla legge che, tra gli innumerevoli comportamenti, ne indica alcuni come proibiti, prevedendo in caso di commissione degli stessi, sanzioni variamente adeguate.

Preme, allo stato della narrazione, osservare un dato o meglio portare una riflessione: esistono comportamenti ritenuti storicamente reati? Mi spiego, esistono comportamenti sanzionati dall’origine dei tempi come reati e che tali restano ancora oggi?

La risposta è chiaramente no. Schiavitù, pedofila, appropriazioni arbitrarie, pene lesive dell’integrità fisica del farabutto ancora peggiori rispetto al crimine commesso.

Ciò che è proibito, così come ciò che è permesso, varia nel tempo e nei luoghi e tale è una delle ragioni per la quale definisco la criminologia “atteggiarsi” a scienza e non propriamente scienza.

Il diritto naturale parlò di reati contro natura identificando fatti o azioni che, a dire dei sostenitori della corrente, fossero universalmente crimini, una sorta di reati innati.

Questa ideologia fu accettata fino alla emersione del concetto di diritto positivo: si identifica delitto ciò che è statuito dall’attività normativa in quanto la definizione di reato subisce la modifica del tempo: il delitto “non è pertanto un fatto naturale bensì un fato sociale, e come tale definito convenzionalmente, mutevole con il mutare della società”.

Così la criminologia si atteggia a disciplina mutevole aderente alle pieghe assunte dalla società nel suo evolversi. Al suo pari anche il concetto di antisocialità o pericolosità sociale muta nel tempo; il malato psichiatrico, definito mentecatto, alienato, furente, veniva ingiustificatamente dichiarato socialmente pericoloso e internato in manicomi, strutture di cura e soprattutto custodia, a tempo indefinito: era sufficiente notare comportamenti o tendenze da cui si rilevassero disagi psichiatrici di qualunque genere per subire lo stigma di antisocialità.

Differente si presenta il paziente psichiatrico odiernamente, il quale non subisce alcuna valutazione di quelle test è spiegate; similmente il reato di violenza carnale modifica il rapporto con la società: presentava sovente una vittima, donna obiettivo di attenzioni sessuali forzate, indicata quale causa dello stupro stesso e spesso condannata per aver attirato il colpevole che, suo malgrado, non poté che cedere alle avances della donna.

Disgraziate vicende, femminismo e un più attento studio dell’eziologia del crimine hanno portato alla giustificata stigmatizzazione del reato che, ad oggi, lo classificano tra i più odiosi.

Gli esempi riportati sono solo due della miriade di reati e considerazioni, negli anni hanno subito importanti modificazioni legislative e giurisprudenziali.

Proprio la mutevolezza degli ambiti appena accennati mi suggeriscono di dichiarare la criminologia una quasi scienza in quanto opera in campi nei quali il concetto di assoluto non esiste e difficilmente possono essere portate valutazioni universali e immutabili: di nuovo, ciò che è reato nella nostra nazione può non esserlo dall’altro capo del globo.

Addirittura la criminologia viene dichiarata scienza predittiva, ossia in grado di predire comportamenti ed eventi con anticipo, dote a mio avviso estremamente sopravvalutata: attribuire eccessivo valore a tale capacità cederebbe il passo a intromissioni deterministiche all’interno delle quali la libertà di scelta dell’essere umano si vedrebbe grandemente limitata.

Giunti a questo punto ritengo appropriato affrontare l’empirismo della criminologia: per chiunque operi in questo campo risulterebbe arduo dettare teoremi partendo da una sterile speculazione astratta, l’osservazione della realtà si dimostra indispensabilmente essenziale.

Senza addentrarci sulle caratteristiche delle scuole di pensiero che hanno delineato i caratteri della criminologia moderna, quali scuola classica e scuola positiva ad esempio, dobbiamo captare quanto già all’inizio del secolo l’indagine della concretezza fosse basilare al fine di addivenire a una qualsiasi teoria o postulato: com’è potrebbero consolidarsi risultati in tutte i campi sopra elencati trascurando i modi in cui si esplicano nella realtà il reo, la vittima o il reato?

Il criminologo dovrà certamente considerare carattere, indole e comportamento del reo così come la disponibilità di un obiettivo ad essere conseguito con maggiore o minore facilità.

Non potrà assolutamente distaccarsi dalle statistiche eseguite negli anni riguardanti furti aggressioni o l’incentivarsi dell’interesse verso vittime di una determinata provenienza o sesso.

Esempio calzante, tra gli altri, fu l’operato della scuola di Chicago, una delle prime correnti appartenute alla sociologia criminale operante durante gli anni trenta del novecento: essa si concentrò, durante la ricerca circa l’eziologia della diffusione di criminalità a Chicago, sulla presenza di aree a maggiore concentrazione criminale rispetto ad altre.

Andò quindi a esaminare tali aree rilevando la presenza di un tessuto sociale particolarmente disagiato, un’alta percentuale di disoccupazione, pressanti richieste di sussidi e sovvenzioni, condizioni abitative e igieniche precarie. La popolazione risultava avere uno scarso livello di aspirazione, rassegnazione, scarsa propensione all’ambizione.

Le aree in questione divenivano polo di attrazione per coloro i quali ricercavano un ambiente più permissivo, inclusivo verso gli emarginati e io delinquenti abituali i quali trovavano protezione e bassa competitività.

Nonostante il ricambio di abitanti, le zone permanevano nella loro caratteristica di luoghi criminogenetici (ambienti adatti all’instaurazione e proliferazione del crimine) lasciando al ricercatore l’ovvia conclusione che la criminalità non fosse connaturata a certe etnie ma fiorisse laddove l’ambiente imputridiva maggiormente.

Tralasciando le ovvie valutazioni poste negli anni a venire alla teoria, essa resta un perfetto esempio di come la criminologia debba attenersi a una costante e continua osservazione della realtà e di come, oltretutto, si dimostri scienza eziologica ossia attività di ricerca delle cause dei fenomeni da lei osservati con capacità teoretiche-vale a dire riassumere molteplici osservazioni su fenomeni concatenate da un nesso logico da cui astrarre teorie intese a spiegare rapporti causali-e correlazioni.

Funzione della criminologia è certamente quella di concorrere al perseguimento di un contesto sociale armonico e conoscibile: essa si adopera per rendere qualsiasi ambito più sicuro e privo di asperità, timori e insicurezze, non privandosi, ahimè, di paradossi.

Risulterà manifesto a chiunque l’implicito compito di “partner” della sicurezza della disciplina in esame: essa ha facoltà di rendere l’ambito cittadino, nazionale e internazionale più sicuro e controllato.

L’etimologia del termine “sicurezza” è latina, proviene da sine cura, tradotto in “senza controllo”: sicurezza dovrebbe essere la mancanza di controllo, l’affidamento a un contesto animato da fiducia, reciprocità e collaborazione, ed ecco che invece otteniamo un aumento della sensazione di pericolo e ansia provocata da pattugliamenti delle forze armate, telecamere, monitoraggio continuo su strade e autostrade.

Paradossi: più aumentiamo i controlli, più le forze dell’ordine o i dispositivi di monitoraggio aumentano, maggiore risulta, dalle tante interviste e questionari, la sensazione d’ansia e paura provata.

Possiamo autonomamente presagire le motivazioni del fenomeno descritto che in ogni caso si presenta e si presenterà sempre come una evidente contraddizione tra la funzione svolta e il risultato ottenuto: positivo per quanto concerne la presa in gestione di una zona ma non interamente favorevole allo stato d’animo degli abitanti.

Mattia Curti, Criminologo