Dante linguista e cacciatore: la ricerca della lingua nel De vulgari eloquentia

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“Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
una lonza leggiera e presta molto,
che di pel maculato era coverta;”
(Dante Alighieri, Inferno I)

Scritto in lingua latina tra il 1303 e il 1305, il De vulgari eloquentia è un trattato linguistico volto a diffondere l’uso della lingua volgare tra le classi sociali più colte, ma soprattutto nei documenti ufficiali.

Possiamo peró definire quest’opera dantesca, che rese Dante il primo linguista italiano, un’esimia sconosciuta, soprattutto per chi non conduce studi universitari umanistici; il DVE non riscontró ampio successo subito dopo la sua pubblicazione, ma venne scoperto da Trissino che lo presenterà agli Orti Oricellari, per poi pubblicarlo in traduzione italiana nel 1529, esattamente 4 anni dopo la pubblicazione delle Prose di Bembo.

Mentre la metafora del Convivio, quindi quella del banchetto tra sapienti, ebbe decisamente più fortuna, le due metafore, rispettivamente quella della potio e la metafora venatoria, usate nel De vulgari eloquentia, sono sconosciute ai più; ma cos’è la potio? E soprattutto, cosa rappresenta la pantera dantesca?

La metafora della potio (pozione) non è di paternitá prettamente dantesca, prima di Dante infatti era stato Lucrezio ad utilizzarla nel suo De rerum natura;
Lucrezio spiega come il compito del poeta sia quello di trasmettere la verità, ma siccome questa non è sempre facile da far conoscere, allora il poeta, così come un medico, deve ricoprire il bordo del bicchiere di questa medicina amara con un po’ di miele dolcissimo, nel caso di Lucrezio il miele era rappresentato dall poesia stessa, utilizzata per un poema dai temi scientifici e atomistici; Dante invece preferisce utilizzare la potio come mezzo linguistico per arrivare a Dio, la lingua è una dolcissima pozione, e attraverso la sua dolcezza, l’uomo puó ricongiungersi col trascendente; l’investitura del poeta puó quindi considerarsi divina: il poeta puó donare luce alla vista degli uomini che brancolano nelle piazze (la lingua italiana) come dei ciechi, assolvendo alla missione divina di ridare ordine alla lingua, così come Dio che ha disposto tutto con “ordine e misura”.

La vera protagonista dell’opera è quindi la lingua, descritta da Dante come una pantera dall’alito soave, che i cacciatori, tra cui primeggia l’autore, cercano di catturare con “solerti studio”, quindi con tutta la dedizione e l’arte possibili.

La scelta della pantera come animale che rappresenti la lingua italiana è certamente curiosa e ha un evidente collegamento felino con la lonza della Commedia; lonza e pantera sono infatti due animali molto simili, entrambi appartenenti alla famiglia dei pardi, che si differenziano sostanzialmente per il pelo, mentre quello della pantera è lucido e uniforme infatti, il pelo della lonza è maculato, ed è proprio la macula (macchia) che Sant’Agostino definì il simbolo del peccato.

La lonza rappresenta quindi l’imperfezione, la varietas linguistica, mentre la pantera rappresenta il volgare “illustre, cardinale, aulicum et curiale”, ognuna di queste parole ha un significato ben preciso e aiuta l’autore a creare l’identikit della lingua perfetta.

Il volgare dev’essere quindi illustre, cioè deve dar lustro a chi lo usa e servire per illustrare (cioè far luce/chiarezza); cardinale, cioè degno della curia e delle corti; aulicum, cioè degno delle aule (corti) signorili; e, in ultimo, cardinale, cioè, come le cerniere (i cardini) della porta, deve fungere da fulcro.

Nonostante le continue ed estenuanti ricerche, accompagnate dai lunghi viaggi compiuti durante l’esilio, Dante non riuscirá mai a catturare la pantera, ecco perchè nel 1306 circa lascerà il DVE incompiuto per dedicarsi a “più degne cose”: la Commedia.

Iris Filippone