Delitti di provincia: Pippone di Varzi, ultimo impiccato della storia d’Italia

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Giuseppe Malaspina, famoso con il soprannome Pippone di Varzi, fu accusato e dichiarato colpevole del violentissimo sterminio della famiglia Tamburelli nel lontano 1863.

In un’epoca orfana dell’indispensabile supporto scientifico, indagini e istruzioni probatorie sottostavano a sospetti ed esperienza degli addetti alla giustizia del Regno. Autori e studiosi tutti concordano, ad oggi, circa l’esiguamente circonstanziata sussistenza della reale colpevolezza dell’uomo.

Pippone di Varzi, così è ricordato, “fu uomo da primato, l’ultimo in Italia ad essere impiccato“!

Una storia di paura …….

Che sui monti i racconti sian tesori è storia rinomata. Menestrelli a volte brilli, cantori d’altri tempi, raccoglievano le genti un po’ golose un po’ curiose di novelle mai udite. Alcune fiabe erano belle, coi giovani e l’amore, altre erano brutte, coi morti e gli spaventi. Siam là dove il salame vien buono come il pane, a Varzi, dove il Pippone avea vissuto, rubato ed ammazzato.

V’eran morti, grida e l’ultimo impiccato perché la vedova Teresa troppo avea parlato e vita, amici e soldi da ultimo perduto.

….. che ebbe inizio un giorno di mercato

La storia s’avvia col giorno di mercato, venerdì 17 marzo 1863.

Donne indaffarate, carretti e venditori strillano come fosser indiavolati. Tavolacci imbanditi da salame, formaggio e marmellate sono piantati senza posa sulla piazza ormai stracolma.  A Varzi, paesani e i contadini s’urlano gioviali parole dialettali, insulti, ritornelli ed espressioni proverbiali.

La storia del pippone di varzi: La vedova Teresa all’osteria Malaspina

Teresa Botti, vedova Tamburelli, scende dal paesotto di Cà dal Monte perché dovea trovare ben 1000 lire. Bestie e terra danno il pane alla famiglia che d’un figlio s’è privata: è partito militare e servivano 3000 lire farlo ritornare! Vende i buoi, la Teresa, che giuliva e soddisfatta s’apre al pasto all’osteria Malaspina, locanda del Pippone.

Giuseppe Malaspina era il suo nome, malandrino d’altri tempi che l’aveva sempre fatta franca.

Gioielli, fortune e le 3000 lire

Mangia, beve e chiacchiera la vedova. Sfinfera dei soldi, dei beni e gioielli di famiglia a voce così alta che fin in valle l’han sentita. Ingenua ed entusiasta, dice tutto e senza cura: d’orecchie lunghe e mani svelte la Valle Staffora ne è piena, terra di confine con briganti qua e là sugli Appennini.

Pippone di varzi: La strage di Cà dal Monte

Il dì che segue, 28 marzo 1863, Domenico Bartella detto “il merlo”, sale da Caposelva a Cà del Monte. Ode un pianto, quello d’un neonato forte e disperato: è il nipotino di Teresa che urla spaventato accanto a tre cadaveri ammazzati.

Son Giuseppe Tamburelli, secondo genito di 27 anni, sua moglie Teresa Fassini di 24 e la povera vedova Teresa Botti.

D’un marrano maledetto quella mano delinquente c’ha calato un gran fendente con la zappa e una scure sulle povere creature! Solo il piccolo lattante d’otto mesi vide quel furfante ma ancora senza favella non parlava con la gente.

Dal massacro di Cà dal Monte sparirono gioielli, denaro e alcuni fazzoletti di seta:

chi sapeva che cercare?

Chi violò il cascinale?

Dicerie o lingue leste videro l’oste nottetempo, andar su col figliuolo senza zappa o alcun mazzuolo.

Domenico Bartella corse tosto dal prevosto…

Don Severino meditava rilassato tra navate e presbiterio ma appena udito il merlo si fece d’improvviso tutto serio . Presi i paramenti per i lembi dai calcagni, corse fuor della chiesa come fosse indemoniato raggiungendo la milizia sudato ed affannato.

Passo poco che riapparve con le guardie e una parte del priorato d’Alessandria tutto armato pronto a linciar lo scellerato.

Del brigante maledetto non v’è traccia neanche un becco. Voci fini e di sottecchi sussuran di un omone poco serio, andar su col suo figliolo urlando un improperio. Si tratta del Pippone che burbero e malvisto può essere il colpevole perfetto!

Teresa Botti, uccisa nel massacro, andò all’Osteria Malaspina a desinar il giorno prima. E strillò del suo denaro, dei gioielli e di fortune con l’arraffone del Pippone a un metro dal bancone. 

Giuseppe Malaspina era un malandrino patentato che già qualche disastro l’aveva ben combinato

Ha rischiato le catene tante volte ma di amici ne aveva forti. Al tribunal del ponte gobbo, era molto ben voluto e tra favori e spintarelle la galera si è evitato. Ma stavolta la suonata era diversa perché il tribunale non era a Bobbio ma ad Alessandria!

L’indagine partì e il Pippone sospettato cadde presto incatenato

Pane, acqua e ferri ai polsi e nessun avea rimorsi. Una gabbia stretta stretta ai Malaspina è riservata! Sta col figlio scellerato che a dar botte l’ha aiutato. Indagine sommaria, qualche prova mica certa incolpavano quei due con speranza ormai spersa.

Di prove povere gli accusarono, piuttosto dicerie: “….abbiam visto i due furfanti andar per quella via col loro cane!”. “Il Pippone quella sera all’osteria mica c’era!” Tra soqquadri ed ispezioni saltan fuori due camicie così rosse e insanguinate che le prove son trovate. Fu così che il 15 aprile 1863 i due sono arrestati e al patibolo aspettati.

D’impronte, dna e orpelli strambi nissun ancor sapea nulla, due parole forse false bastavan come il cappone a Natale. Dal massacro al loro arresto poco tempo era passato ma il processo ebbe inizio l’anno dopo, il 1 marzo 1864.

Il Malaspina disperato disse “sono innocente”: “i fatti sono questi, tu sei stato” e la condanna l’ha impiccato.

Condannato il 28 maggio 1864, Giuseppe la piazza ha salutato con un sacco trapuntato sopra un viso indifferente. Il figlio era dolente con un ergastolo pungente e sol la vita rimanente.

Ad assistere alla morte, i priori confratelli di San Giovanni Decollato consolanti il carcerato. L’unici a sentirlo ed ascoltarlo, l’hanno preso ormai morto e senza bara seppellito: l’han portato a casa loro, nella chiesa consorella. Hanno pure raggruppato le anse di sospensione per Pippone utilizzate che ora sono tenute nel museo dei criminali.

La vicenda di Pippone di Varzi è molto triste

Tre morti certi e forse due innocenti.  Nessuno ancor lo sa, ciò che è noto è che Pippone fu uomo da primato. Fu l’ultimo impiccato dell’Italia nostra e bella. Non l’ultimo ammazzato! Il boia ancor non era pensionato.

Prologo a questa breve storia sul Pippone di Varzi

Termina così la narrazione di una vicenda ormai datata, scritta tra rime ed assonanze in caldi pomeriggi estivi. Nata grazie alla fusione di articoli pubblicati su un settimanale pavese, ricorda un fatto sconosciuto ma ricchissimo.

D’orrore ne è pregna, così come folklore e tradizione, sospetti e maldicenze: dipanata in epoca risorgimentale, s’affaccia su anfratti antichi insaturi di scienza. Crebbe, essa, convogliando l’uomo presso uno nobile scibile edotto indispensabile al tangibile obiettivo di giustizia e chiarezza.

Religione e scienza che spesso in conflitto, ebbero lo stesso risultato di avvicinare l’uomo a Dio, che esso vi sia o oppure no.

Dott. Mattia Curti, Criminologo

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