Dipendenza affettiva: come riconoscerne le tipologie, le differenze e le possibili cause

Tempo di lettura: 10'
letto 41 volte

La dipendenza affettiva è una problematica relazionale legata ad una forte paura dell’abbandono. Questa porta a vivere la relazione come unica fonte di soddisfazione e benessere, a dedicarsi esclusivamente ad essa perdendo se stessi. L’importanza attribuita all’altro è talmente elevata da non considerare i propri bisogni e a rimanere legati ad un rapporto, anche quando questo è causa di sofferenza.

Quando l’amore diventa tossico

Quando si parla di dipendenza affettiva si parla di una dipendenza priva di sostanze, ma anch’essa associata alla presenza di un qualcosa, o meglio, di un qualcuno dal quale si dipende, del quale non si può fare a meno.

Diverse sono le analogie riscontrabili tra una dipendenza affettiva e una dipendenza da sostanze

Prima tra tutte, la sensazione di ebbrezza. Se con le droghe, è la sostanza a far vivere sensazioni piacevoli, nella dipendenza affettiva la sensazione di ebbrezza è data dalla vicinanza con il partner senza il quale non si riesce a stare bene. Questo porta alla ricerca di dosi di tempo sempre maggiori da dedicare al partner, riducendo od annullando il tempo dedicato alle proprie attività. Effetto molto simile alla tolleranza innescata dalle sostanze, ovvero un fenomeno per il quale si sente il bisogno di dosi sempre maggiori e innesca la ricerca impulsiva e incontrollata di esse.

Allo stesso modo, anche gli esiti della mancanza della persona amata, possono essere sovrapponibili ai sintomi dell’astinenza da sostanze: ansia, irritabilità, sensazioni di vuoto, come nella dipendenza da sostanze anche nella dipendenza affettiva si può riconoscere il craving, ovvero la spasmodica ricerca dell’altro.

All’inizio di una relazione è normale vivere sensazioni simili a quelle dall’intossicazione da sostanze, quella fase durante la quale ci sentiamo in estasi, il nostro umore è euforico e abbiamo pensieri ricorrenti riferiti all’oggetto d’amore. Nelle fasi successive, con lo stabilizzarsi del rapporto, il desiderio di dipendenza dovrebbe lasciare il posto ad una maggiore autonomia ed individualità, se questo non avviene si può parlare di dipendenza affettiva, intesa come uno stato patologico disfunzionale al sé e alla relazione che porta angoscia e sofferenza a chi lo vive.  

chi è il dipendete affettivo?

Possiamo definire la dipendenza affettiva come una distorsione relazione, dovuta ad un erronea rappresentazione del sé e dell’altro, che si manifesta in uno squilibrio relazionale generato da una mancata integrazione tra la dimensione di indipendenza e dipendenza. Il dipendente è chi andrà a collocarsi in uno dei due estremi, rifugiandosi o fuggendo dalla relazione.

Le radici della dipendenza affettiva sono riscontrabili nelle esperienze di attaccamento dell’infanzia, solitamente coloro che sviluppano una dipendenza hanno imparato fin da bambini che per ottenere le attenzione dei genitori dovevano rinunciare a degli aspetti del sé e imparato a mettere da parte i loro bisogni per il soddisfacimento dei bisogni dell’altro. Bambini a cui è stato chiesto di crescere in fretta e di adottare presto la modalità del controllo, bambini cresciuti con l’idea di non avere valore se non in funzione dell’altro. Adulti caratterizzati da un basso livello di autostima e scarsa fiducia nelle proprie capacità, con tendenza al mantenimento del controllo, adulti con un estremo bisogno di protezione.

Le tre forme di dipendenza affettiva

Esistono tre forme di dipendenza affettiva:

  • la dipendenza affettiva passiva;
  • il co-dipendente;
  • il contro dipendente

1. La dipendenza affettiva passiva

In questa forma di dipendenza, l’altro e quindi la relazione, vengono vissuti come unica fonte di benessere e esperienza di sé. Vi è una forte paura dell’abbandono e della solitudine, che vengono evitati tramite una completa messa a disposizione. Il dipendente vive alla ricerca costante di conferme e rassicurazioni, il mancato bisogno di riconoscimento e affetto provato nell’infanzia farà vivere la relazione come indispensabile e necessaria per la propria esistenza, riversando su di essa tutte le proprie energie, attribuendo all’altro un’importanza talmente elevata da annullare se stessi e i propri bisogni. Si vive in funzione dell’altro e della relazione, ma con la costante paura dell’abbandono e della perdita.

il dipendente nella dipendenza affettiva passiva

La distorsione cognitiva del dipendente si caratterizza per uno squilibrio nella percezione di sé e dell’altro che si manifesta in un’ autosvalutazione e un’idealizzazione del partner proiettando su di esso gli aspetti che sente in lui mancanti, come autonomia, sicurezza e capacità di autoaffermazione.

In questo scenario tenderà a ricercare una persona sulla quale riversare tutte le proprie energie, in un atto di delega della propria felicità, una persona alla quale dedicarsi totalmente con completa dedizione. E chi meglio di un narcisista!? Soggetti che rimandano un’idea di grande sicurezza in se stessi e di forte indipendenza, tratti ambiti dal dipendente che in questo modo idealizza il partner.

come agisce il narcisista?

Tendenzialmente molto seduttivo, nelle prime fasi è capace di far sentire l’altro importante e ammirato. Tuttavia, tutto ciò dura poco, giusto il tempo di ricevere dall’altro la completa dedizione.

Diciamo che è la carezza prima dello schiaffo. Infatti una volta ottenute ammirazione e devozione iniziano a svalutare l’altro e a svilire i suoi bisogni di rassicurazione. Confermando all’altro l’idea di non avere valore, di essere sbagliato e per questo non meritevole di essere amato. Innescando un forte senso di delusione e rabbia che è l’altra faccia della loro accondiscendenza e disponibilità. Le mancanze che si trovano a vivere vengono riempite con dolore e rabbia che non riescono però ad essere espresse, rimanendo silenti in un comportamento passivo aggressivo e in un infinito movimento tra devozione e frustrazione.

2. Il co-dipendente

In questo caso la persona tende a legarsi a persone che hanno costantemente bisogno di aiuto, spesso persone con dipendenza da sostanze o da gioco d’azzardo. Ma da dove viene questa voglia di vestire i panni della crocerossina?

Spesso sono bambini che si sono dovuti fare carico della problematica di uno o entrambi i genitori, crescendo prima del previsto. Possiamo quindi immaginare un bambino iper responsabilizzato che non conosce la reciprocità nel dare e ricevere. In genere la persona co-dipendente si sente sbagliato e il sentimento che lo domina è il senso di colpa.

Legarsi a qualcuno che ha bisogno, è un modo inconsapevole di sovvertire tali sentimenti e sentirsi finalmente indispensabili. Salvando il partner, quindi, è come se salvasse se stesso dal fallimento di non essere riuscito a salvare il genitore. Il rapporto vive nella speranza che tanto sacrificio sia ripagato con l’amore.

Tendenzialmente queste relazioni iniziano quando il co-dipendete incontra qualcuno in una fase di difficoltà, spesso causata da condotte di abuso di sostanze o da gioco d’azzardo, che portano alla perdita del lavoro, a problematiche economiche o ad altri tipi di difficoltà. Il co-dipendente si renderà subito disponibile per offrire il suo aiuto, il suo sacrificio in una campagna di totale dedizione alla causa. In questo modo avrà la possibilità di sentirsi indispensabile scongiurando  l’idea di essere abbandonato.

Se da una parte compie enormi sforzi nella speranza di condurre il partner verso una “guarigione”, dall’altra questa guarigione è temuta, poiché potrebbe significare un abbandono e lo scioglimento del legame di dipendenza. Questa oscillazione si manifesta con comportamenti di controllo, dovuti alla necessità di proteggere il partner e alleviare la paura della perdita. Immaginiamo questi comportamenti come fossero una corda usata, sì per allontanare il partner dalla problematica, ma contemporaneamente tirarlo a sé. Si assiste a un continuo movimento fluttuante tra i due estremi, uno occupato dalla paura della perdita dovuta ad un’eventuale guarigione e al polo opposto sentimenti di colpa e inutilità, se la missione umanitaria non dovesse andare a buon fine.

il bisogno di aiuto: condizione e vincolo che mantiene stabile il rapporto

In questa forma di dipendenza il bisogno di aiuto è la condizione e il vincolo che mantiene il rapporto stabile. Da una parte troviamo una persona condizionata dall’idea che finchè l’altro avrà bisogno la relazione non potrà finire. Dall’altra un partner che esprime sentimenti ambivalenti dovuti ad un senso di gratitudine, ma che percepisce i tentativi di controllo. Essendo il legame mediato da una condizione di bisogno, la relazione non è equilibrata ed oscilla tra sottomissione e desiderio di riscatto.

Per comprendere meglio la dinamica che si instaura è utile far riferimento a quello che Karpman definisce il triangolo drammatico. Immaginiamo ai tre vertici i ruoli di vittima, persecutore e salvatore. Entrambi i partner ruotano alternandosi questi tre ruoli. In una prima fase il partner co-dipendente assume il ruolo di salvatore, mentre il partner bisognoso assume il ruolo di vittima. Nella fase successiva il partner bisognoso passa al ruolo di persecutore, lasciando il ruolo di vittima al partner co-dipendente. Nell’ultima fase il partner bisognoso tornerà al ruolo di vittima, ma questa volta il partner co-dipendente assumerà il ruolo di persecutore. Queste fasi si alternano in un infinito circolo vizioso. 

3. Il contro dipendente

In questa terza forma, a differenza delle due precedenti, la paura dell’abbandono viene affrontata negando il bisogno di affetto. Soliti mostrare un’immagine di sé di totale indipendenza, basata sulla perfezione.

Anche in questo caso uno sguardo al passato aiuta a comprendere i comportamenti del presente. Probabilmente un bambino che ha dovuto imparare a cavarsela da solo, senza poter far riferimento ai genitori, cosa che lo ha reso indipendente fin da subito. Abituato a non ricevere risposta ai suoi bisogni, compreso il bisogno di essere amato, da adulto tenderà a negarsi ai sentimenti e alle relazioni.

Nascosto dietro questa indisposizione e freddezza emotiva si cela un bambino ferito non riconosciuto nei propri bisogni, che porta con sé un sentimento di vergogna. Vergogna nei confronti dei suoi bisogni che reputa inaccettabili. Vivono nell’illusione di non aver bisogno di nessuno, di valere molto più degli altri. A differenza delle altre forme di dipendenza, idealizza molto se stesso e svaluta l’altro, tenderà a costruire relazioni finalizzate ad aumentare il senso grandioso del sé e nel partner ricerca qualcuno che confermi la sua idea di grandezza. Beh, facile intuire che andrà a nozze con il dipendente passivo! Il quale cercherà in tutti i modi di raggiungerlo nella sua eterna fuga dai sentimenti.

Il contro dipendente insicuro e profondamente spaventato dall’affettività, tanto da eludere ogni situazione che possa minimamente contemplare l’uscire allo scoperto dei suoi sentimenti. Evitante e sfuggente di fronte ad ogni forma di amore se non quella per se stesso.

cosa hanno in comune queste tre forme?

In primo luogo un’infanzia caratterizzata da un parziale o nullo riconoscimento dei bisogni affettivi. Nel presente un continua oscillazione di alti e bassi, di speranza e delusione, di eccitazione e depressione, di piacere e dolore, di impotenza e controllo.

Se il nucleo è la convinzione di non avere valore, di non meritare amore, accompagnato da una forte ansia abbandonica, il primo passo è la comprensione e l’accettazione della propria storia di deprivazione affettiva. Attraverso una rilettura della storia personale che parte dall’infanzia, comprendendo e accettando le mancanze del passato per scrivere una nuova storia che veda protagonista la persona, solamente così sarà possibile imparare a prendersi cura di se stessi e ad esprimere i propri bisogni.

Le dipendenze affettive si pongono in antitesi con quella che è definibile una relazione sana. Il desiderio di amare e di essere amati è intrinseco all’essere umano. In una relazione sana siamo in grado di transitare tra le polarità di dipendenza e indipendenza, lungo un continuum che fa da sfondo a una reciprocità e ad uno scambio complementare dei ruoli.

Irene Viti

suggerimenti di lettura

Se ti è piaciuto l’articolo, ti consiglio di dare un’occhiata alla mia rubrica Terapia di coppia.

About Irene Viti

Mi presento! Sono Irene Viti, psicologa libero professionista.
Lavoro come psicologa a Firenze, occupandomi principalmente di individui, coppie e famiglie presso il mio studio (Via Bonifacio Lupi 14 c/o StudioIn Firenze).
Da anni, inoltre, mi occupo di GCA (Gravi Cerebrolesioni Acquisite), lavorando con persone che in seguito ad una lesione cerebrale hanno riscontrato difficoltà nelle funzioni cognitive ed esecutive.

Il mio approccio
L'approccio sistemico relazionale parte dal presupposto che l'essere umano, in quanto essere sociale, non sia un'entità a sé stante, ma sia il centro di un'infinita rete di rapporti e che in essi sia attivamente immerso. L'individuo è quindi parte integrante di un sistema ampio, di una rete di relazioni che si intersecano e che a vicenda si influenzano.

L'approccio sistemico relazionale lavora nel qui ed ora, tenendo sempre uno sguardo rivolto alla storia familiare e ai modelli che possono aver influenzato il contesto di riferimento. Tale approccio si fonda sull'analisi delle dinamiche relazionali e della comunicazione all'interno di esse, proprio per questo è particolarmente indicato per le terapie familiari e di coppia, ciò però non significa che non sia indicato per affrontare una terapia individuale, anche se l'individuo entra da solo nella stanza egli porta con sé tutte le sue relazioni significative che hanno caratterizzato e caratterizzano la sua esperienza nel passato e nel presente.

Se vuoi saperne di più...
qua sotto troverai i miei contatti:
email: irene.viti@psypec.it
tel: 340 5149889