Gender gap: lo sapevi che la parità di genere è ancora una chimera?

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Sovente si sente parlare di gender gap, termine inglese che fa riferimento al divario esistente tra genere maschile e femminile.

Condizioni di lavoro e di crescita economica, opportunità educative, presenza politica e salute sono i criteri che definiscono il gender gap.

“La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. (…)’’, recita l’art. 37 della nostra Costituzione. Sembrerebbe dunque non esistano ostacoli normativi alla parità di genere in ambito lavorativo. Parrebbe proprio che l’accesso al mondo del lavoro per le donne sia promettente ed appagante quanto quello di un uomo, eppure non è così. Il così detto ‘’gender gap’’ è reale e nel nostro Paese, purtroppo, non sta indietreggiando a sufficienza

il gender gap nel mondo

Sia ben chiaro che le discriminazioni di genere non si palesano solo nei Paesi geograficamente e culturalmente lontani dall’Europa. E’ il Global Gender Gap Report, introdotto dal Forum economico mondiale nel 2006, a fornire un quadro sull’ampiezza e la portata del divario di genere in tutto il mondo. Esso prende in considerazione 156 Paesi e si basa su quattro ambiti: partecipazione e opportunità economiche, istruzione, salute e leadership politica.

L’ultima edizione, uscita il 31 marzo del 2021, ha sottolineato come la parità di genere non è ancora stata raggiunta a pieno da nessun Paese. Il livello globale del gender gap è del 68%, un passo indietro rispetto al 2020 (-0,6 punti percentuali). Se si continua così è stato stimato che ci vorranno 135,6 anni per colmare il divario di genere nel mondo.

Nel periodo antecedente alla pandemia, emerge che solo il 52,6% delle donne di età compresa tra i 15 e i 64 anni rappresenta la forza lavoro, rispetto all’80% degli uomini. Se le cose non dovessero cambiare, la disuguaglianza sul posto di lavoro rimarrà invariata almeno per altri 267,6 anni.

Tuttavia, dati confortevoli arrivano soprattutto dai Paesi nordici. L’Islanda si riconferma, per la dodicesima volta, come la Nazione maggiormente vicina all’uguaglianza di genere. A tal proposito ricordiamo che nel marzo 2017 in Islanda è stata approvata una legge che impone, a parità di lavoro, pari ed equa retribuzione per uomo e donna in ogni azienda che abbia 25 dipendenti o più.

la situazione in italia

Sempre secondo il Global Gender Gap Report, l’Italia ricopre il 62esimo posto. La situazione è migliorata rispetto al 2020, anno in cui la Penisola occupava il 76esimo posto. Tuttavia, sembra proprio che non si stia progredendo su tanti, oserei dire troppi, fronti.

Per quanto concerne la partecipazione economica delle donne, l’Italia scivola disgraziatamente al 114esimo posto, fanalino di coda a livello europeo. Il passare degli anni e i tentativi inesorabili di sensibilizzazione non stanno arginando il problema. Ancora oggi, le donne sul posto di lavoro non ricevono un trattamento equo rispetto agli uomini. Le disparità di reddito tra uomo e donna persistono e le donne in posizioni manageriali sono ancora poche. Infine, l’Italia si colloca al 57esimo posto sul fronte dell’educazione. La partecipazione femminile ai corsi di studio con più futuro è ancora molto debole. Un esempio è dato dalle materie STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) da dove provengono solo il 15,7% delle laureate, quasi la metà rispetto ai maschi (33,9%).

gender gap e pandemia

Il Covid-19, purtroppo, ha avuto un impatto letale anche su questo fronte ed ha annientato anni di progressi. La pandemia ha avuto un effetto sproporzionato sulle donne, che hanno perso il lavoro a un tasso più elevato rispetto agli uomini. Le previsioni dell’International Labour Organization chiariscono che il 5% di tutte le donne occupate ha perso il lavoro, rispetto al 3.9% degli uomini occupati. Inoltre, durante il lockdown le donne hanno dovuto assumersi molto di più dell’onere aggiuntivo per l’assistenza all’infanzia quando le scuole hanno chiuso.

in italia come si affronta il tema da un punto di vista normativo?

E’ da diversi anni ormai che in Italia si sta promuovendo il principio giuridico di  pari opportunità. A tal proposito ricordiamo, anzitutto, l’esistenza dello Statuto dei lavoratori (legge 300/1970), il quale, all’art. 15, tratta proprio il tema degli atti discriminatori sul posto di lavoro.

È bene menzionare poi la legge 120 del 2011 (legge Golfo-Mosca), prima legislazione in tema di parità di genere aziendale. Questa ha introdotto l’obbligo normativo della riserva di posti a favore del genere sottorappresentato negli organi di amministrazione e dei collegi sindacali delle società quotate in borsa e delle partecipate.

A Roma si è discusso anche il tema specifico del gender pay gap (differenza tra la retribuzione di uomini e donne a parità di ruolo e di mansione). Non vediamo ancora la luce in fondo al tunnel, sia chiaro, ma per lo meno lo scorso 23 giugno, in commissione lavoro, è stato approvato il testo unificato del disegno di legge sulla parità salariale (primo passo verso una nuova legge sulla parità dei sessi in ambito retributivo).

MA ALLORA PERCHE’ NON ABBIAMO ANCORA RAGGIUNTO L’UGUAGLIANZA DI GENERE?

L’UNDP, Programma per lo sviluppo dell’Onu, ha diffuso il report Tackling Social Norms: A Game Changer for Gender Inequalities. Questo ha riguardato 75 Paesi che, insieme, accolgono l’80% della popolazione globale, raccogliendo informazioni sulla parità di genere. Dallo studio emerge che almeno la metà della popolazione ritiene che gli uomini siano leader politici migliori rispetto alle donne, una visione condivisa da quattro persone su dieci anche in ambito economico-imprenditoriale. Nei fatti, questa percezione si riflette nei salari. “Addirittura nei 50 Paesi in cui le donne hanno livelli di istruzione superiori agli uomini – si legge nel rapporto – il loro salario è in media inferiore del 39% rispetto a quello dei colleghi maschi e questo anche se mediamente le ore dedicate al lavoro sono superiori”.

Gli interventi normativi sono, oltre ogni ragionevole dubbio, una leva importante per favorire l’uguaglianza di genere. Tuttavia, come l’esperienza insegna, molto spesso, non sono sufficienti dei cerotti a guarire una ferita, per lo più se questa sanguina da troppo tempo. Allo stesso modo, purtroppo, singoli interventi normativi non bastano a risolvere una situazione talmente inveterata da esser ritenuta quasi ‘’normale’’. Ed allora, forse, oltre che dalle aule di tribunale e dai Parlamenti, il vero cambiamento dovrebbe iniziare, in primis, dall’anima di tutti noi.

Sara Martinelli

Se ti è piaciuta la mia rubrica, ti suggerisco di leggere gli altri articoli che ho scritto per gnōthi: uno sulla dignità della persona umana, uno sull’eutanasia ed uno sulle unioni civili.