Hypnerotomachia Poliphili: storia di un’opera sedotta e abbandonata

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La Hypnerotomachia Poliphili puó essere definita come una delle più grandi sedotte e abbandonate della letteratura italiana (Iris Filippone)

Soprannominata dai bibliografi come “Il più bel libro stampato mai, in tutti i tempi nell’occidente”, la Hypnerotomachia Poliphili può essere definita come una delle più grandi sedotte e abbandonate della letteratura italiana; figlia di un insieme di lingue, tra cui si annovera anche il geroglifico, puó vantare ben 169 illustrazioni di rara e particolare bellezza, eppure non viene menzionata nei libri di scuola del liceo, e difficilmente ci si entra a contatto se non si intraprende un percorso universitario di studi letterari.

La prima edizione della Hypnerotomachia Poliphili risale al 1499, fu stampata per la prima volta a Venezia per la collana “I Tipi” di Aldo Manuzio, contando 38 capitoli e 169 illustrazioni xilografiche.

L’opera, misteriosa ed enigmatica anche dal punto di vista linguistico, raccoglie in sè italiano, latino, greco, termini arabi e anche geroglifici presenti nelle illustrazioni; il tutto caratterizzato da uno stile elaborato e descrittivo.

Ma perché riempire l’opera di preziosismi, arcaismi e termini ridondanti, tanto da renderla di difficile lettura? Le ipotesi su chi possa aver scritto la Hypnerotomachia sono svariate e tutti i papabili autori, avrebbero almeno un motivo, linguistico e non, per poter ricevere il titolo di padre dell’opera, forse fu scritto da Federico Colonna a quattro mani con Manuzio, forse l’autore fu Lorenzo il Magnifico, forse Leon Battista Alberti, o ancora Giovanni Pico della Mirandola.

Un’ulteriore ipotesi, intrisa di mistero e misticismo, è stata però formulata: la paternità dell’opera potrebbe essere attribuita a Francesco Colonna, perché le lettere miniate poste all’inizio dei capitoli, pare formino l’acrostico: “Poliam frater Franciscum Colonna peramavit” ovvero “Francesco Colonna che ha amato intensamente Polia (tutto)”.

Il termine “frate” è ambiguo e ci rimanda a Francesco Colonna di Palestrina, tipo particolare e strambo. Se così fosse “frate” sarebbe adatto perché lui faceva parte dell’Accademia di Pomponio Leto, l’Accademia Romana.

Pomponio Leto fondò l’accademia in chiave pagana e i membri dell’accademia si chiamavano frater, ed erano soliti partecipare a riti orgiastici, omosessuali, e probabilmente “magici”.

Se scritta davvero da Francesco Colonna, la Hypnerotomachia potrebbe essere vista come un rito iniziatico per accedere ai saperi dell’Accademia.
Ma cosa ci racconta quest’opera così complessa e articolata?
Poliphilo, il protagonista, si addormenta, ritrovandosi in una selva oscura di memoria dantesca dove convivono draghi, mostri e bellissime fanciulle, e per lo spavento si addormenta di nuovo.

Si entra così nel primo sogno nel sogno dove sogna di perdere Polia e si dispera, lo soccorrono così le Ninfe di Venere che lo portano al palazzo d’Amore, dove per entrare bisogna che l’uomo sacrifichi la sua parte più asinina a Priapo.

Venere gli propone allora di fare un altro gioco: messo davanti tre porte deve scegliere quella giusta per trovare la sua amata, per fortuna, Poliphilo sceglie la porta giusta e trova Polia, che vedendolo, per l’emozione, si addormenta.

Si entra così nel secondo sogno nel sogno, in cui Polia decide di non essere più innamorata più di Poliphilio e Cupido la convince a tornare da lui, così succede, ma quando Poliphilio cerca di abbracciare Polia lei si dissolve nel nulla e lui si sveglia.

Una dedica del tutto inaspettata è quella fatta all’ultimo duca dei da Montefeltro: Guidobaldo.

Cagionevole di salute sin dalla tenera età, viene raffigurato sempre come pallido e magro, ma non è qui che risiede la contraddizione della dedica, quanto nel fatto che un’opera che parli di amore ed eros sia dedicata ad un uomo impotente, ebbene si, il giovane e innamorato Guidobaldo era impotente e non consumó mai il matrimonio con Elisabetta Gonzaga, tanto da ricevere l’invito di papa Alessandro VI di annullare le nozze e prendere i voti, cosa a cui si oppose Elisabetta stessa, che si vocifera, fosse innamorata e devota al marito nonostante l’impotenza.

Iris Filippone