Il concetto di “non dualità maestro-discepolo”

“Il Maestro è l’ago e il discepolo il filo. Nel cucire l’ago fa strada attraverso la stoffa, ma alla fine non è più necessario ed è il filo che rimane a tenere l’insieme di tutto” (Daisaku Ikeda).

In qualsiasi campo una persona che aiuta un’altra a crescere ed evolversi può essere chiamata maestro. Ma qual è il significato originale di questo termine?

Nel mondo orientale il tempo è rappresentato in modo circolare, per cui ciò che viene dopo è incline a “ripetere” la realtà precedente, anche se non possiamo parlare di pura ripetizione poiché gli elementi che caratterizzano il nuovo ciclo temporale non sono mai gli stessi, anzi si rinnovano.

Ma…cosa c’entra il tempo?

Questa concezione della temporalità ci aiuta a capire che esiste un nesso importante tra tradizione e innovazione, tra Maestro e discepolo.

La tradizione buddista spiega tale nesso attraverso il termine anatta (non-sé): non esiste un io dell’allievo al di fuori del rapporto con l’io del Maestro, e viceversa.

Non solo: la differenza qualitativa del sapere tra i due non esiste, come siamo invece abituati a credere noi occidentali, finendo così col ritenere che la trasmissione dell’insegnamento si risolva in un semplice travaso di nozioni. Al contrario il Maestro è tanto più saggio quanto più è consapevole della relatività del suo sapere. Ciò che distingue le due figure è la loro differente funzione: il Maestro rappresenta colui che punta verso un obiettivo e che mostra a livello pratico i mezzi più efficaci da utilizzare per raggiungerlo; il discepolo invece lotta per la realizzazione dello stesso obiettivo su una scala maggiore rispetto a quella del Maestro, ricercando così l’innovazione rispetto agli insegnamenti avuti.

Aver condiviso un ideale e aver combattuto assieme per realizzarlo crea quello che nel Buddismo del Sole è chiamata “non dualità maestro-discepolo”.

E tu, credi di aver mai avuto un maestro nel senso orientale del termine?

 

Dottoressa Giulia Anastasio