Il dramma del bene ambiente

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Solo interiorizzando l’ambiente come una comunità a cui apparteniamo, potremo vivere con rispetto

Perché il degrado urbano? Perché il fallimento del Protocollo di Kyoto? Perché lo sversamento di liquami industriali nei bacini idrici? Le risposte ricercate stanno, ancor più che sulla distorta percezione del rischio sui cambiamenti climatici, nella natura stessa del bene in questione.

Infatti, l’ambiente, differentemente da quanto si è pensato nel tempo, non deve essere considerato né un bene privato né un bene pubblico. Effettivamente, è un bene comune le cui caratteristiche sono di essere rivale nel consumo ma non escludibile ed è tale che il beneficio che il singolo ricava dall’ambiente si materializza assieme a quello degli altri, non già contro (bene privato) e neppure a prescindere (bene pubblico).

È per tale motivo né i tradizionali strumenti di mercato, come i “permessi di emissione”, né gli interventi di pubblicizzazione dei governi nazionali abbiano portato a buoni risultati.

Il bene comune viene contrastato dal comportamento sia del free rider, cioè di chi vive sulle spalle altrui, sia dell’altruista estremo, cioè chi annulla o nega se stesso per avvantaggiare l’altro.

L’ambiente non solo è di tutti, ma per essere fruito postula una certa convergenza di fruizione che può essere materiale o spirituale a seconda dei casi.

L’uomo-individuo moderno ha finito per diventare vittima di sé stesso, proiettato verso un’autonomia e separatezza del tutto inospitali.

Se per decenni la cultura di massa si è dimenticata della categoria di reciprocità, solo interiorizzando, come singolo e come gruppo, “il dare senza perdere ed il ricevere senza togliere” sarà possibile trovare un nuovo equilibrio, ridurre efficacemente l’impatto proprio sull’ambiente e decostruire l’attuale visione dominante eco-centrista.

 

Dottor Andrea Francioni