Il quiet quitting: la nuova filosofia a lavoro in controtendenza rispetto alla hustle culture

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Il quiet quitting, neologismo che significa ”abbandono silenzioso”, è un nuovo fenomeno che coinvolge il mondo del lavoro e che consiste nel lavorare lo stretto indispensabile, cioè limitandosi agli orari e alle mansioni indicate nel contratto.

Una netta controtendenza, dunque, rispetto alla storica hustle culture, cioè la frenetica cultura del perfezionismo e dello stacanovismo.

Cos’è il quiet quitting

Chi è addetto ai lavori ne ha sentito parlare moltissimo durante questi ultimi mesi, soprattutto sui social network, tanto da diventare un nuovo trend su Tik Tok. Si tratta di un nuovo fenomeno che si sta diffondendo (soprattutto, ma non solo) tra le giovani generazioni in risposta all’ormai vecchio mito dello stakanovismo. Con il nuovo termine ”quiet quitting”, ossia il “lento abbandono” si indica l’idea di staccarsi, allontanarsi e disimpegnarsi dal proprio lavoro, facendo quindi lo stretto indispensabile. Un tipo di distacco non eclatante e rumoroso, ma un lento allontanamento che elimina dall’idea del lavoro l’eccessiva dedizione, la reperibilità costante, la disponibilità in ogni momento. Con questo fenomeno, ciò che si guadagna è tempo ritrovato da dedicare ad amici, famiglia e hobby personali. Si ripensa al lavoro e si tengono in considerazione molti fattori come il benessere personale, lo sviluppo dei talenti personali e il bilanciamento vita-lavoro.

Soprattutto per quanto riguarda le nuove generazioni, la scelta alla base è quella di non assecondare più l’approccio della performance eccellente a tutti i costi. Ci si allontana così dalla storica “huste culture”, secondo la quale ciò che conta nella vita di ogni individuo è lavorare sempre di più, implementare la propria carriera ed ambire alla ”perfezione”.

dati che fanno riflettere

Secondo il report “State of the global workplace 2022” di Gallup, solo il 21% dei dipendenti è sinceramente coinvolto nella propria attività lavorativa. Questo dato fa davvero riflettere. Ad oggi, ciò che ancora manca è un punto di incontro tra i progetti, le attitudini, le necessità personali ed il mondo lavorativo. Un altro dato che emerge dalla ricerca è che il 44% del campione sperimenta vissuti di stress giornalieri, evidenziando un malessere psicologico diffuso. Nasce così la necessità di lavorare su tematiche che anni fa non erano nemmeno considerate.

Con questi presupposti e con tutte le problematiche di altro tipo che stanno riempiendo le giornate di tutti noi, il quiet quitting sembra una risposta più che logica. Quello che è certo è che questo nuovo fenomeno, per quanto a prima vista sia un atteggiamento comprensibile, richiede studi approfonditi. Risulta fondamentale comprendere se il fenomeno possa essere davvero una soluzione al benessere personale e lavorativo o se, al contrario, rischia di fare ulteriori danni.

alcune riflessioni sul quiet quitting

Siamo davvero convinti che fare lo stretto necessario a lavoro sia a favore del benessere psicologico dell’individuo? Siamo sicuri che questo nuovo atteggiamento serva a renderci più felici? Ovviamente una risposta valida per tutti non c’è. Tuttavia, come ho più volte sostenuto, lo scopo di questa rubrica è quello di stimolare riflessioni nei lettori.

Proviamo ad analizzare questo fenomeno sotto diversi punti di vista. Esso può essere ricondotto al fatto che le persone, in particolare i giovanissimi, abbiano progetti personali in mente ai quali tengono molto e ai quali vogliono dedicare tutte le proprie energie mentali e fisiche. In questo caso l’impiego “tradizionale” sarebbe un contorno, magari per essere autonomi economicamente a supporto dello sviluppo dei progetti personali. Oppure, al contrario, questo atteggiamento nei confronti del mondo del lavoro può essere visto come un grido di aiuto. Forse molti non riescono più a trovare le motivazioni per affrontare sfide quotidiane e nuove relazioni. In questo caso il lavoro diventerebbe una fonte di stress e di ansie, al quale dedicare il minor tempo possibile per poi ritornare nella propria zona di comfort. Ancora, questo atteggiamento potrebbe essere, nei casi più estremi, un segnale di diffuso burnout? Dopo tutto, tra i campanelli d’allarme di quest’ultimo ci sono proprio distacco mentale, cinismo nei confronti del lavoro e sentimenti di esaurimento.

in conclusione

Come già detto, una risposta valida per tutti non esiste. Sicuramente, continuare a studiare da vicino questo fenomeno e comprenderne le cause può tornare utile alle aziende e ai manager. Capire quali sono le cause che spingono le persone ad essere così distaccate dal lavoro aiuterebbe a modificare le dinamiche, in modo da avvicinarsi in modo empatico a questi individui, migliorando le loro sensazioni a lavoro e motivandoli a perseguire i propri interessi personali.

Alice Vignudini

suggerimenti di lettura

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