Il vero volto della storia: Caligola era davvero così pazzo e crudele?

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Gaio Giulio Cesare Germanico, alias “Caligola”, è stato “princeps” dell’Impero dal 37 al 41 d.C., passando alla Storia come uno dei più folli governanti mai esistiti.

Benvenuti a questo secondo appuntamento con “Il vero volto della Storia”, rubrica destinata a gettar nuova luce sulle figure del nostro Passato, bistrattate ed offuscate dalla storiografia tradizionale. Il protagonista di oggi è uno dei più celebri e controversi imperatori della storia dell’Impero romano: Caligola

Gaio Giulio Cesare Germanico, alias “Caligola”, è stato “princepsdell’Impero dal 37 al 41 d.C., passando alla Storia come uno dei più folli governanti mai esistiti.

Ma è veramente così? Innanzitutto bisogna dire che la vita di Caligola non fu delle migliori.

La storia di Caligola

Nato nel 12 d.C. dal generalissimo Germanico Giulio Cesare, a soli sette anni perse l’adorato padre, che morì ad Antiochia (odierna Antakya in Turchia) forse per avvelenamento. A tal proposito si dice che dietro la scomparsa di Germanico ci sia la mano dello zio di questi, l’imperatore Tiberio (42 a.C.-37 d.C.), che, temendo la sua popolarità fra le fila delle legioni, decise di eliminarlo.

Successivamente Caligola perse anche i tre fratelli maggiori, scomparsi tutti prima che egli compiesse vent’anni; infine, nel 33 d.C. gli morì anche la madre, Agrippina Maggiore, nipote del primo imperatore Ottaviano Augusto (63 a.C.-14 d.C.). Anche in questo caso pare che Tiberio abbia “forzato” la sorte, spingendo la sua figliastra a morire d’inedia.

Quindi non stupisce che, dopo tutti questi lutti, il giovane Gaio Cesare abbia sviluppato una forte fragilità emotiva ed atteggiamenti paranoici. Inoltre è più che naturale che egli si sia stretto ancora di più alle uniche parenti rimastegli in vita. Nel suo caso, erano le tre sorelle minori Agrippina Minore, Giulia Drusilla e Giulia Livilla.

Tale legame fu così intenso che molti storici, fra cui Cassio Dione (155-235 d.C.) e Svetonio (69-122 d.C.), accusarono l’imperatore di avere un rapporto di tipo incestuoso con le sorelle, soprattutto con Drusilla, la sua “preferita”. Si racconta che questa relazione sia nata quando ambedue erano poco più che adolescenti; Addirittura si racconta che la loro nonna paterna, Antonia Minore (figlia di Marco Antonio e Ottavia Minore, sorella di Augusto), una volta li abbia sorpresi a letto assieme.

In realtà non c’è nulla di certo a tal proposito.

La propaganta senatoria

Infatti è molto più probabile che la propaganda senatoria, ostile al governo dei giulio-claudi, dinastia di cui faceva parte Caligola, abbia ingigantito il forte rapporto fraterno presente tra l’imperatore e Giulia Drusilla, spargendo la voce dell’incesto, per screditare ancora di più la figura del “princeps”.

Ciò che sappiamo su Caligola, in effetti, ci è stato tramandato da fonti scritte per lo più da membri del Senato. Uno di questi era Tacito (55-120 d.C. circa) fortemente contrario al governo dei “principes”, poiché questi ultimi avevano sottratto ai senatori il potere sulla Res pubblica.

Particolarmente disprezzati furono i membri della suddetta Dinastia Giulio-Claudia (27 a.C-68 d.C.), perché in essa veniva identificata la causa della fine dell’Età repubblicana.

Per questo i giulio-claudi furono sempre descritti come viziosi, forsennati e, alle volte, totalmente folli: ad ognuno di questi imperatori fu attribuita dalla storiografia romana almeno una caratteristica deplorevole e degna di biasimo.

Di Augusto, ad esempio, si scrisse che fosse un “malato di sesso” e che andasse pazzo per le ragazzine vergini;

Tiberio venne descritto come un sadico ed un perverso: si narra che durante i banchetti riempiva i suoi compagni di bevute con grandi quantità di vino prima di legare i loro genitali, impedendo loro di urinare;

persino Claudio, uno dei più abili e capaci governanti dell’intera storia romana, non fu risparmiato dagli storiografi, venendo dipinto come un inetto, un insicuro e un debole;

infine non credo abbiate bisogno che vi dica cosa fu detto su Nerone.

Non voglio dire che tutto quanto scritto su questi imperatori sia falso, però, essendo le fonti molto di parte, è altamente possibile che alcuni particolari siano stati esagerati di proposito, come nel caso forse dell’incestuosità di Caligola.

Ora torniamo però alla Storia

Ancora adolescente, il povero Gaio si dovette trasferire a Capri, su invito dell’imperatore.

Infatti a partire dal 26 d.C., Tiberio aveva deciso di risiedere, assieme alla propria corte, sull’isola campana, per trovar rifugio dal caos politico e sociale dell’Urbe.

A Capri, il giovane Caligola, apparentemente dimentico delle atrocità che il “princeps” aveva fatto alla sua famiglia, iniziò a stringere un forte legame con egli, divenendo il suo “servitore” più fedele. Inoltre secondo Svetonio, è proprio qui, a contatto con la perversione ed il sadismo del prozio, che Gaio iniziò a sviluppare la propria follia e crudeltà. Ma di questo ne riparleremo in seguito.

Nel 35 d.C. Tiberio indicò Gaio nel proprio testamento come suo principale erede, visto che di fatto era il suo unico parente maschio, dell’età giusta per regnare, rimastogli ancora in vita.

A dire il vero, era ancora vivo anche il già citato Claudio, fratello di Germanico e di conseguenza nipote di primo grado di Tiberio. Ma egli, dati la sua salute cagionevole ed il suo animo molto insicuro, non venne considerato adatto a ricoprire il ruolo di “princeps”.

Perciò il vecchio imperatore puntò tutto sul giovane Caligola.

Due anni dopo Tiberio decise di lasciare Capri forse con l’idea di rientrare finalmente a Roma. L’intento era trascorrere a Roma i suoi ultimi giorni, dato che ormai era vecchio e malato.

Durante il tragitto fu colto da un malore.

Creduto morto, tutti celebrarono Gaio come suo successore e nuovo imperatore. In realtà il vecchio “princeps” era ancora vivo e si stava riprendendo velocemente.

A quel punto il prefetto del pretorio (ovvero capo delle guardie del corpo dell’imperatore, i cosiddetti “pretoriani”) Macrone, stanco forse delle sue angherie, ordinò che Tiberio fosse soffocato tra le coperte.

Secondo Svetonio, invece, fu lo stesso Caligola ad avvelenare il vecchio imperatore forse per ambizione politica o per semplice desiderio di vendetta.

In ogni caso alla morte del prozio, il venticinquenne Gaio Cesare si ritrovò ad essere il nuovo “princeps” dell’Impero romano.

L’impero di Gaio Giulio Cesare Caligola

Il nuovo imperatore, a differenza del vecchio Tiberio, era davvero amato sia dal popolo che dal Senato. Infatti, appena giunto a Roma, Caligola riuscì a guadagnarsi la fiducia dei senatori promettendo di restaurare la morale all’interno dello Stato romano, che secondo loro era completamente decaduta sotto il precedente regnante.

Inoltre il giovane “princeps” promise e mantenne, almeno inizialmente, di consultare maggiormente il Senato prima di prendere importanti decisioni di governo.

Per compiacere il popolo, uno dei suoi primi atti ufficiali fu concedere l’amnistia ai condannati, agli esiliati da Tiberio e a tutti coloro che erano imputati in un processo. Attuò altre riforme per migliorare le condizioni della Repubblica, aumentare la libertà dei cittadini e combattere la corruzione. Organizzò banchetti pubblici e prolungò la festività dei “Saturnalia (corrispondenti più o meno al nostro Natale) di un giorno. Infine decise di indire nuovi spettacoli e giochi gratuiti per ingraziarsi ancora di più il favore della Plebe.

Insomma i primi mesi del regno di Caligola furono contraddistinti da grandi riforme interne, da un’ottima politica estera e da un salubre equilibrio economico e sociale. I problemi, però, iniziarono nell’ottobre del 37 d.C., quando, dopo sei mesi di governo, l’imperatore si ammalò gravemente, tanto che molti temettero per la sua vita.

Tale notizia turbò profondamente l’animo dei cittadini. Infatti, come detto, Gaio era fortemente ben voluto dal popolo e per questo moltissimi pregarono e fecero voti affinché egli si potesse salvare.

La “guarigione” di Caligola

A tal proposito, Cassio Dione ci tramanda la vicenda di un “equites” (“cavaliere”, ordine sociale romano corrispondente all’incirca a ciò che oggi definiremmo “borghese”).

Questo cavaliere che fece voto di andare a combattere nell’arena come gladiatore nel caso Caligola fosse guarito. Successivamente, dopo che il “princeps” si riprese, finì per mantenere la parola e riuscì anche a vincere il proprio scontro, salvandosi così la vita.

In effetti Caligola guarì completamente dalla malattia e tornò a governare. Secondo le fonti da quel momento in poi l’imperatore non fu più lo stesso.

Così scrisse il filosofo greco Filone d’Alessandria (20-45 d.C.) su questa “metamorfosi” del giovane Gaio Cesare:

“non passò molto tempo e l’uomo che era stato considerato benefattore e salvatore si trasformò in essere selvaggio o piuttosto mise a nudo il carattere bestiale che aveva nascosto sotto una finta maschera”

Le follie dell’imperatore…Caligola

Caligola iniziò a compiere alcune azioni, che i senatori e gran parte della “Roma Per Bene” dell’epoca considerarono completamente folli.

Non vi starò ad elencare tutti i “deliri” dell’imperatore, anche perché molti li conoscete benissimo: il senatore cavallo, le conversazioni con le statue, la risata “omicida” ed il Ponte di Baia (odierna Bacoli, in provincia di Napoli).

Quello su cui invece vorrei concentrarmi è la tanto discussa sanità mentale di Gaio Cesare.

Egli era davvero così folle e crudele come ci è sempre stato raccontato?

Le diagnosi psicologiche

Psichiatri contemporanei hanno esaminato le fonti antiche cercando di fare una “diagnosi” sulla salute psichica del “princeps”. Le conclusioni a cui sono giunti è che l’imperatore soffrisse di un disturbo bipolare, che in parole semplici consiste nell’alternarsi delle due condizioni “contro-polari dell’attività psichica”, ovvero l’eccitamento, o “mania”, e l’inibizione, o “depressione”.

Infatti dai testi storiografici si può notare come Caligola alternasse dei momenti in cui era carismatico, allegro, creativo e pieno di ambizioni, tipico della “fase maniacale” del suddetto disturbo, ad altri in cui era vittima di depressione e paranoie, ovvero ciò che accade nella “fase depressiva”.

Altri studiosi, invece, adducono alle sue paranoie, che spesso lo spingevano a sospettare chiunque di attentare alla sua vita, ad una causa di tipo traumatico. Cosa fin troppo plausibile date le sofferenze del piccolo Gaio di cui vi ho già parlato.

Però bisogna ricordare che queste “diagnosi” sono state ricavate esclusivamente dagli scritti, che come detto non sono attendibili al cento per cento dato che sono estremamente di parte.

Perciò tali autori si basavano soltanto su fonti indirette. Dunque non si può sapere con certezza se quello che si è detto sul “princeps” sia vero o meno.

L’etichetta di pazzo da rivedere

In ogni caso, anche se tutte le dicerie su Gaio Cesare fossero vere, ciò non vuol dire che bisogna etichettarlo come pazzo.

Naturalmente non fu nemmeno uno “stinco di santo”.

Ad esempio fece giustiziare sommariamente moltissimi senatori ed intellettuali sospettati di tramare contro di lui.

Però non bisogna dimenticare che egli non fu l’unico sovrano della Storia a governare con il pugno di ferro.

Quanti re o imperatori nel corso dei secoli hanno mandato alla morte i loro detrattori od oppositori, alle volte senza alcuna prova?

Eppure non tutti sono considerati folli nell’immaginario collettivo, anzi spesso vengono ritenuti ottimi governanti.

Alcuni esempi di personaggi non ritenuti pazzi….ma tuttavia…

Pensiamo ad Enrico VIII d’Inghilterra che fece decapitare due delle sue sei mogli e molti intellettuali, fra i quali Tommaso Moro e John Fisher.

Oppure alla figlia di questi Elisabetta I che, oltre a mandare al patibolo sua cugina Mary Stuart, punì con pene corporali chiunque osasse colpirla anche solo verbalmente. Uno su tutti fu John Stubbs, a cui la regina fece tagliare la mano destra perché aveva scritto un libello (o pamphlet) in cui veniva criticato aspramente uno dei suoi pretendenti, il Duca d’Angiò.

Come mai questi due sovrani inglesi oggi giorno non sono considerati pazzi e crudeli, sebbene non abbiano agito poi così tanto differentemente da Caligola?

La spiegazione risiede quasi certamente nel diverso contesto storico.

Infatti Enrico ed Elisabetta vissero nel XVI secolo, un’epoca in cui la figura dei sovrani veniva raramente messa in discussione, quindi molte loro azioni erano considerate legittime.

Viceversa Caligola regnò in un periodo completamente differente, ovvero gli albori del principato romano.

L’odio del senato romano nei contronti dei “principes

Infatti duranti questi primi decenni dell’età imperiale la figura del “princeps” era vista con molta diffidenza dalla classe senatoria, che sperava ancora di poter tornare all’antica egida, di cui godeva in età repubblicana.

Per questo motivo ai sovrani non si perdonava nulla.

Difatti oltre a Caligola, anche Nerone e Domiziano, ultimo “princeps” della Dinasta Flavia (69-96 d.C.), finirono per divenire bersaglio della storiografia. Infatti vennero descritti come “pazzamente” crudeli e sanguinari, dato il loro governo fortemente in contrasto con il Senato.

Non è un caso che i primi imperatori a non esser “maltrattati” dagli storici romani furono i cosiddetti “imperatori adottivi”. Difatti questi provenivano direttamente dalle fila dei senatori, quindi furono accettati di buon grado.

Inoltre instaurarono una stretta collaborazione con i “Patres (“Padri” o per meglio dire “Patrizi”, era il termine con cui si indicavano i membri del Senato).

Di conseguenza storiografi e biografi, come i succitati Tacito e Svetonio, non ebbero mai nulla da ridire nei confronti di questi “principes”.

La figura controversa di Caligola e il contesto avverso al suo carattere

Dunque anche se Caligola rimane una figura controversa della Storia, non si può negare che fu “vittima” di una forte propaganda a lui avversa.

Inoltre visse in un periodo molto difficile e davvero ostile: fra contestazioni, congiure, intrighi ed attentati, la prima età imperiale non era certo adatta ad una persona dall’animo fragile come il giovane Gaio Cesare.

Purtroppo per lui, quest’epoca così dura e spietata finì per spezzare anche la sua vita.

Fu ucciso dai pretoriani nel 41 d.C., a soli trentanove anni, e al suo posto venne nominato “princeps” il suo vecchio zio Claudio.

Dopo il suo decesso, i senatori diedero il via alla cosiddetta damnatio memoriae. Ovvero nel tentativo di cancellare per sempre il suo ricordo fecero distruggere o occultare tutti i monumenti e le statue dedicati a o raffiguranti l’imperatore.

Tutti? Non proprio. Alcuni cittadini di allora conservarono in sergreto moltissimi reperti, soprattutto piccole sculture e busti e grazie a loro sono giunti fino a noi.

Conclusioni

La Plebe adorava Caligola.

Infatti questo ragazzo allegro, carismatico ed eccentrico conquistò i cuori della povera gente.

Dopo tutto il “princeps” se la prendeva esclusivamente con i senatori, da cui temeva una rappresaglia. Per questo il popolo, da sempre vessato dalla classe patrizia, si divertiva da morire nel vedere Gaio farla impazzire di paura e di rabbia. Insomma Caligola, per i plebei, era il vendicatore delle ingiustizie sociali:

colui che umiliava i ricchi andando a letto con le loro mogli e costringendoli a cenare con un cavallo, a loro “pari di rango”.

Bene siamo giunti al termine del nostro viaggio alla scoperta del “vero volto della Storia”. Spero che non vi siate annoiati e che possiate aver cambiato idea sul caro e vecchio Caligola.

Cesare Vicoli

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