La compassione verso sé e gli altri ci rende più resilienti.

Tempo di lettura: 2'

Non riconoscere la propria vulnerabilità porta a tensione aggressiva, riconoscerla e accettarla porta ad una piena fioritura del sé.

Il Dalai Lama definisce la compassione come “il desiderio che tutti gli esseri senzienti possano essere liberi dal dolore”. In particolare il concetto di “compassione verso sé” sta prendendo spazio nella psicologia: un corpus di ricerche ha mostrato la sua correlazione positiva al benessere emotivo e la sua relazione con bassi livelli di ansia e depressione.

Come reagiamo quando soffriamo? È probabile che ci critichiamo, ci isoliamo per la vergogna e il senso di inadeguatezza permettendo a pensieri ruminativi di lievitare e finiamo per impantanarci nella nostra stessa testa aggiungendo al danno… la beffa! Avere autocompassione significa avere un atteggiamento di benevolenza e accettazione di fronte alle proprie difficoltà. Non si tratta di cambiare il contenuto del nostro dialogo interno quanto piuttosto di “riscaldare la conversazione” proprio come il calore prodotto da un abbraccio. L’amorevolezza verso sé inoltre dirige la nostra esperienza verso un senso di umanità comune (“Sono solo un essere umano”) talvolta dimenticato. Sentire di essere parte di un “tutto” va a contrastare il senso di isolamento e discriminazione che di fronte ad un evento avverso ci fa dire “Perché proprio a me?”.

La compassione si configura come una risorsa innata nell’essere umano che possiamo coltivare cominciando a chiederci “Mi sto trattando con gentilezza in mezzo a questo dolore? Di cosa avrei realmente bisogno?”

Dott. Martina Di Dio

Psicologa