La mamma mi ha detto “Non devi aver paura”

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“Un giorno la paura bussò alla porta. Il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno” (Martin Luther King)

C’era una volta Chicken Little…

A prescindere dalla versione della fiaba popolare che si decida di prendere in considerazione, quel che accade in quel pollaio è la generazione di un panico diffuso tra i vari animali presenti, avvenuto in risposta al panico di un solo pulcino che, sentendosi cadere un piccolo oggetto – una ghianda o un legnetto – sulla testa, ha avuto la credenza, e l’ha trasmessa, che il cielo stesse cadendo, da cui la famosa frase The sky is falling!

Dove sta la trappola? Nella valutazione, nel cervello pensante, quello della logica, del linguaggio e del giudizio. La valutazione dura giusto il tempo necessario per confermare il pericolo o decidere che tutto vada bene; dice all’allarme di aumentare la reazione di paura, mantenendo uno stato di allerta, o di disattivarla, inviando il segnale di falso allarme (che avrebbe dovuto essere: non è il cielo che sta cadendo, è solo una ghianda!).

La paura di separarsi dalla mamma, quella dei rumori forti e del buio; la paura dei mostri, dei medici e dei clown; la paura di ferirsi, di dormire solo, della morte e delle nuove esperienze; la paura legata alla performance scolastica o alle competenze sociali, etc… La lista è veramente lunga, tanto da poter affermare che ogni paura è normale, ma solo se emerge nella giusta finestra evolutiva.

Le paure hanno una vita a sé stante: hanno un inizio e hanno una fine nell’arco di vita dell’individuo, e certamente non devono percorrerla tutta.

Ci sono paure fisiologiche, altre no. Ci sono paure che cambiano in base all’età evolutiva del bambino o del ragazzo, che si trasformano; altre no, rimangono.

Ci sono paure “normali” e ci sono ansie patologiche, e sono invalidanti.

La paura si può considerare come una risposta immediata a una minaccia: lo stimolo pericoloso è contingente alla sensazione di paura, è reale o percepito.

L’ansia, invece, è un’anticipazione di una futura minaccia, è “pre-occupazione” dello stimolo intimidante: ovvero, ci occupiamo dello stimolo ostile già prima che esso sia effettivo e spesso limitiamo in parte la nostra esistenza, che risulta condizionata da esso (“E se capita…”).

Perché mai dovremmo abbandonare una paura, se quella stessa paura ce l’hanno le nostre figure di riferimento? Se ce l’ha la mamma o il papà, la tata o la maestra, allora sarà “giusto” averla, quindi la tengo stretta e non la lascio.

Dottoressa Olga Bevanati