Micronazioni: storia di piccoli stati con grandi idee

Una micronazione è una piccola area geografica che pretende di essere considerata come nazione o stato indipendente da una persona o da un piccolo numero di persone.

“Bisogna pur correre dei rischi se vuoi cambiare il mondo.”
(Maurizio Orlandini, frase tratta dal film “L’incredibile storia dell’Isola delle Rose”)

Al giorno d’oggi esistono ben 208 stati, di cui 196 sono riconosciuti sovrani.

Nella gran parte questi si sono formati a seguito di eventi politici, sociali o diplomatici che ne hanno determinato la nascita.

In tempi più recenti (in special modo a partire dalla seconda metà dell’800) si sono verificati anche dei casi in cui una persona o un gruppo di perone hanno creato delle entità statali.

L’obiettivo era cercare di farle riconoscere dagli altri paesi come nazioni o stati indipendenti (senza però riuscirci).

Queste entità prendono il nome di micronazioni e con questo articolo tenterò di raccontarvi la loro storia.

Le Micronazioni

Prima di iniziare però è necessario specificare che le micronazioni differiscono dalla secessione e dall’autodeterminazione, in quanto sono perlopiù di natura eccentrica, geograficamente minima, ed effimere.

Spesso queste iniziative vengono ignorate dagli stati nazionali, che non vi ravvisano un’ingerenza nella propria sovranità; in qualche caso vengono incoraggiate dalle amministrazioni locali, allo scopo di promuovere il territorio (per lo più a livello turistico).

È il caso della Repubblica di Saugeais, fondata nel 1947 in Francia.

Ci sono micronazioni che danno un’apparente veste formale a comunità politiche, culturali, sociali, linguistiche ed economiche; alcune sono ricostruzioni storiche (particolarmente del mondo romano o del mondo medievale) o letterarie.

Altre hanno solo un fine beffardo o dichiaratamente ludico, e nascono anche solo per la pura pubblicità megalomane di una persona eccentrica.

Altre nascono anche come veicolo di propaganda culturale o di protesta sociale (in questo articolo ci concentreremo soprattutto su queste), o per una motivazione fraudolenta.

Le micronazioni: Stati di carta o stati virtuali

Generalmente alle micronazioni manca qualsiasi riconoscimento ufficiale, anche per la mancanza di territorio, e quindi vengono spesso chiamate “Stati di carta” o “Stati virtuali”.

Vengono così denominati in quanto possono manifestarsi solo sulla carta, in Internet o nella mente del loro creatore.

Un carattere peculiare, infatti, è la mancanza di relazioni diplomatiche con gli Stati nazionali e con le maggiori organizzazioni internazionali.

Bene, chiarito questo fondamentale dettaglio, possiamo “tuffarci” nella Storia!

XIX secolo – Le prime micronazioni

Il nostro racconto comincia, come detto, nel XIX secolo: le prime micronazioni vennero alla luce paradossalmente proprio in questo periodo; infatti tale fenomeno era in controtendenza rispetto alla pretesa degli stati, tipica di quell’epoca, di subordinare le iniziative dei privati, compresa la fondazione di colonie, alla propria sovranità.

Per questo motivo la maggioranza delle entità micronazionali ottocentesche fu opera di avventurieri o speculatori, che solo in alcuni casi riuscirono ad avere un discreto successo.

Un esempio su tutti è senza dubbio la particolare vicenda delle Isole Cocos (ubicate nell’Oceano Indiano, a metà strada fra lo Sri Lanka e l’Australia). Dal 1827 al 1978 le Isole Cocos furono di fatto un regno autonomo, di tipo feudale, sotto l’egida del Regno Unito.

Il tutto venne reso ufficiale dalla regina Vittoria, che nel 1886 riconobbe al re George Clunies-Ross e ai suoi discendenti uno status feudale.

George Clunies-Ross era nipote del capitano scozzese John Clunies-Ross, che circa sessant’anni prima approdò nell’arcipelago e fondò l’omonima casata.

E così per circa un secolo i Clunies-Ross governarono il proprio regno sotto la protezione britannica: emisero persino francobolli, monete (le “Cocos rupee”) e banconote, che sono tuttora assai ricercati dai collezionisti.

Dopo la seconda guerra mondiale, la Gran Bretagna trasmise all’Australia il protettorato sulle Cocos.

Nel 1970 ci fu una crisi di successione, di conseguenza il governo australiano decise di intervenire per risolvere la questione, inviando addirittura una nave da guerra, e pose fine, nel 1978, al regno feudale delle Cocos, concedendo però una discreta autonomia alla amministrazione locale.

Isole Spratly: un’altra storica micronazione

Un’altra micronazione figlia del “colonialismo individuale” dell’800 è il “Regno dell’Umanità”, sorto nel 1878 nell’arcipelago delle Isole Spratly, nella parte meridionale del Mar della Cina.

L’inglese James George Meads, scopritore delle isole, si proclamò re con il nome di Giacomo I e, a quanto si racconta, prese la decisione di dare una nazione a tutti i diseredati e gli esiliati della Terra, in fuga da persecuzioni e intolleranza nei propri paesi d’origine.

A differenza di altre, la suddetta micronazione venne riconosciuta da alcuni stati come la Gran Bretagna.

Ebbe anche un’università e una popolazione di circa 7000 persone. Per non parlare di alcuni rapporti diplomatici con stati sovrani.

Purtroppo però il nobile scopo perpetuato da re Giacomo e dai suoi eredi non era destinato a durare a lungo, poiché non tennero conto della sete di potere e di denaro degli altri Paesi.

Nel 1939, infatti, i Giapponesi invasero le isole, costringendo il sovrano a fuggire in Australia; in seguito, negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, l’arcipelago delle Spratly finì per essere spartito dalle varie potenze d’Asia, quali Cina, Vietnam e Filippine, che tutt’ora ne reclamano veementemente la proprietà.

Perché tutto questo interesse per qualche isolotto?

Beh diciamo solamente che le Spratly galleggiano letteralmente sul petrolio, dato che i loro fondali ne sono estremamente ricchi, quindi potete capire da soli come mai questo piccolo arcipelago faccia gola a parecchi governi.

In ogni caso la storia del Regno dell’Umanità è proseguita nel corso degli anni: in un primo momento i sovrani continuarono a “governare” dal loro esilio australiano. Poi, alcuni degli ultimi cittadini decisero di convertire il regno in una repubblica, la Repubblica di Morac-Songhrati-Meads.

Il nome deriva dal cognome del fondatore, Meads, accostato a quello del Sultano di Soghrati, altro presunto proprietario dell’arcipelago. Morac invece sarebbe un acronimo ricavato accostando le prime due lettere del nome dell’ultimo re, Morton, con le iniziali dei suoi più stretti collaboratori.

Quest’ultima, però, scomparse nel giro di poco tempo, soppiantata con forza dalle nazioni prima menzionate.

Con essa è scomparso per sempre il sogno dei suoi creatori di fornire un rifugio a tutti coloro che ne hanno disperatamente bisogno.

Ora proseguiamo il nostro viaggio nel Tempo proiettandoci nel secolo scorso, per la precisione nel suo decennio più emblematico e “rivoluzionario”: i favolosi anni Sessanta!

L’Isola delle Rose: la micronazione di origine italiana

Nel 1958 l’ingegnere bolognese Giorgio Rosa progettò e creò l’Isola delle Rose. L’isola delle Rose era una piattaforma artificiale di 400 metri quadrati che sorgeva nel Mare Adriatico a 11,612 km al largo della costa tra Rimini e Bellaria-Igea Marina. Questo a 500m al di fuori delle acque territoriali italiane.

Il suo obiettivo? Quello di estraniarsi, insieme ai suoi amici e collaboratori, da una società sempre più opprimente con le sue convenzioni ed obblighi sociali.

Per questo motivo Giorgio Rosa può essere definito una sorta di inetto sveviano d’impronta hippy, che non vuole piegarsi ai ritmi e alle regole soffocanti della civiltà contemporanea.

Rosa vedeva in chi si conforma il vero sconfitto, un individuo completamente svuotato e sottomesso a un sistema capitalistico fondato sulla primordiale “legge del più forte”.

E così, guidato dai suoi nobili ideali, il 1° maggio 1968, il giovane ingegnere autoproclamò l’isola artificiale come Stato indipendente, con il nome di “Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose”.

Costituzione, Bandiera, Inno e Lingua propria

L’Isola si munì ben presto di un governo, retto dallo stesso Rosa, di una costituzione, di una bandiera, di un inno nazionale.

(“Steuermann! Laß die Wacht!”, in italiano “Timoniere! Smonta di guardia!”, preso dalla prima scena del terzo atto de “L’olandese volante” di Richard Wagner)

Rosa scelse persino di una lingua propria; infatti fu scelto l’Esperanto (come si deduce anche dal nome completo della micronazione).

L’Esperanto è una lingua artificiale e transnazionale, creata tra il 1872 ed il 1887 dall’oculista ebraico Ludwik Lejzer Zamenhof.

L’obiettivo era far dialogare i diversi popoli cercando di creare tra di essi comprensione e pace con una seconda lingua semplice. Una lingua semplice ma espressiva, appartenente all’intera umanità e non soltanto ad un determinato popolo.

La storia della micronazione esperantista terminò nella primavera del 1969, quando fu prima sequestrata e poi demolita dalla Guardia costiera italiana. Il governo del Belpaese non vide mai di buon occhio l’esperimento di Rosa e dei suoi collaboratori.

Ad ogni modo, anche se la Piattaforma avesse incontrato il favore dello Stato italiano e oggi esistesse ancora, cozzerebbe con il Diritto internazionale.

Infatti il piccolo stato dell’Adriatico non avrebbe rispettato molti degli attuali criteri di statualità necessari affinché un’entità territoriale possa definirsi Stato indipendente.

L’Isola delle Rose, per esempio, non sorgeva su un territorio naturale e non aveva una propria popolazione. L’unica popolazione erano i numerosi turisti che si recavano lì per godere di un po’ più di libertà.

Infatti, stando sempre al Diritto internazionale:

un popolo non è una qualsiasi associazione di persone, ma una comunità permanente caratterizzata dalla condivisione di un destino politico comune, cosa non presente nell’Isola di Giorgio Rosa

Seppur si riconoscesse in un grande ideale di appartenenza, la comunità residente non aveva ragione sufficiente a soddisfare i requisiti internazionali richiesti.

Città Libera di Christiania, l’ultima storica micronazione

Adesso, però, spostiamoci in avanti di qualche anno e di qualche kilometro più a nord.

Siamo a Copenaghen, Danimarca, 1971, qui un gruppo di hippy europei occupò una base navale dismessa alle porte della città, costituita da edifici militari abbandonati.

Così nacque Christiania, nota anche come Città Libera di Christiania (in danese Fristaden Christiania).

Questa micronazione, ancora esistente e dotata di uno status semi-legale come comunità indipendente, si è basata per trent’anni sul principio dell’autodeterminazione e della proprietà collettiva.

Christiania in particolare è diventata famosa in Europa perché al suo interno vi è la libera circolazione delle droghe leggere, mentre è totalmente bandito l’uso e lo spaccio di quelle pesanti.

Al suo interno, famosi sono i negozietti d’artigianato, la centralissima “pusher street” e i servizi per i cittadini (che sono circa mille). Tutti totalmente autogestiti.

Inoltre il villaggio danese è conosciuto anche per i suoi edifici colorati, per il divieto di circolazione per le automobili e per la mancanza di forze dell’ordine.

In conclusione si può dire che Christiania sia un esperimento sociale unico al mondo, un’utopia vivente basata sui principi del rispetto e del libero arbitrio, ovvero sull’ideologia dell’anarco-pacifismo.

L’ideologia anarco-pacifista è un anarchismo completamente fondato sul principio della “non violenza“.

Le micronazioni nate dal web

Cari lettori, spero che non vi stiate annoiando, anche perché vi comunico che siamo quasi arrivati alla fine del nostro viaggio attraverso la Storia: quindi resistete!

Con l’avvento di Internet la nascita delle micronazioni è aumentata in maniera esponenziale.

La maggior parte di queste entità, formatesi recentemente, è in realtà costituita da delle “ludo nazioni”, che esistono solo “per divertimento”.

Queste hanno pochi membri e non superano i mesi di vita (con rare eccezioni), ma si sono sviluppate anche micronazioni, ispirate da alti ideali sociali e munite di grandi obiettivi.

Una di queste è senz’altro il “Regno Gay e Lesbo delle Isole del Mar dei Coralli”, creato da degli attivisti LGBTQ originari del Queensland (stato nord-orientale dell’Australia), in segno di protesta.

Il 14 giugno 2004 un gruppo di attivisti, capitanati da Dale Parker Anderson, rivendicò alcune isole nel Mar dei Coralli e dichiarò la “secessione” dall’Australia.

Questo dopo essere approdato sull’isola più grande dell’arcipelago e aver piantato una bandiera arcobaleno (simbolo più utilizzato e celebre del movimento per i diritti degli omosessuali).

La “secessione” fu inscenata in segno di protesta per la decisione del Parlamento australiano di proibire il matrimonio fra persone dello stesso sesso.

Venne così formata una monarchia costituzionale ed Anderson fu “incoronato” imperatore con il nome di Dale I.

Però bisogna dire che la dichiarazione d’indipendenza fu soltanto una forma di protesta simbolica (tant’è che le isole rimasero disabitate come lo sono sempre state).

La notorietà di questa dichiarazione, su scala globale, fu aiutata moltissimo e soprattutto dal web.

Verso la fine del 2016, il sito ufficiale del Regno Gay e Lesbico delle Isole del Mar dei Coralli ha aggiunto un link legato al sito web di “The Equality Campaign”.

L’organizzazione che chiedeva agli elettori australiani di partecipare al sondaggio, anch’esso australiano, sul diritto matrimoniale, il cui voto favorevole avrebbe indotto il Parlamento dell’Australia a promulgare il matrimonio omosessuale.

Perciò in seguito alla decisione presa dal popolo australiano di legalizzare il matrimonio omosessuale, l’imperatore Dale ha dichiarato che il regno sarebbe stato sciolto, cosa che accadde il 17 novembre 2017.

Conclusioni sulla storia delle micronazioni

Eccoci giunti alla fine del mio racconto amici.

Spero che vi sia piaciuto e che lo abbiate trovato interessante almeno quanto io mi sono appassionato nel scriverlo.

Se vi interessano argomenti come questo vi suggerisco il mio articolo “Storia del legame fra sport e politica: dalle quadrighe di Costantinopoli alle olimpiadi di Hitler“.

Prima di chiudere, però, vorrei lasciarvi con un pensiero.

La storia delle micronazioni potrà sembrare una bizzarria politico-sociale o un capitolo marginale della Storia dell’Umanità. Tuttavia, questa storia ci insegna anche che se si hanno grandi ideali bisogna sempre lottare affinché possano realizzarsi e non importa se possono esserci ostacoli che paiono insormontabili.

L’unica cosa che conta davvero è provare in ogni caso a superarli in nome della Speranza.

Cesare Vicoli