Monografie seriali: Luigi Chiatti, l’uomo nero dagli occhi azzurri

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Luigi Chiatti, nato Antonio Rossi, è un serial killer edonista “per piacere sessuale”.

Il mostro di Foligno è un sadico, affetto da pedofilia, con tratti spiccatamente narcisisti.

il trauma di Antonio Rossi

Antonio Rossi nasce a Narni, in provincia di Terni, nel 1968. Acre decreto materno, lo arena all’orfanotrofio più vicino, nuova magione e gabbia per desideri di un bimbo non voluto. L’abbandono presenta tutta la tragicità consueta, lo strappo lacera con la forza del disinteresse. Marisa Rossi, la madre, vede il figlio in rare occasioni fino al 1972, anno in cui Antonio è liberato dai gioghi che ancora lo ancorano al seno materno. Legami labili, fragili e forse inesistenti ma pur sempre lacci che stringono un’identità.

Il trauma si manifesta alacremente. L’umore di Antonio è instabile, l’isolamento diviene un abbraccio trascendente che lo protegge da ciò che lo avviluppa a un’innegabile realtà. Vive, respira e gioca in un girotondo di fanciulli persi, vestiti di abiti smessi e in eccedenza come loro stessi.

Bambini.

Sviluppa una caustica acredine verso il genere femminile, le ripudia e lo ripugnano. La presa lieve e tiepida di una coppia di sposi senza figli conduce il piccolo alla via di una nuova casa: essi adottano Antonio all’età di quattro anni ma ne cambiano il nome. E’ così che la triste vicenda di Antonio Rossi sparisce tra una nebbia fine e il buio della notte, mentre l’alba porta con sè una nuova giornata, quella di Luigi Chiatti.

da Antonio rossi a Luigi Chiatti

Luigi Chiatti è un bambino privato della sua stessa identità, del suo stesso nome. Dimenticato delle figure di rifermento più importanti, ne guadagna un surrogato. Salvifica, la famiglia adottiva non è perfetta. Tutt’altro: i Chiatti preferiscono l’indifferenza all’amore. Madre maniacale e perfezionista, accontenta il figlio in ogni sua pretesa; i vizi che gli garantisce assicurano un quieto distacco. Un padre assente predilige il suo lavoro di medico al tepore familiare.

La nascita del killer

Deluso dal mondo degli adulti, si avvicinerà unicamente a fanciulli.

Orco, sadico, viscido predatore. Pedofilo.

Assenza, vuoto. Laddove l’amore scivola via, laddove la voragine si crea e collassa in sè stessa, altro trova spazio. Altro si sedimenta e imputridisce.

Aveva ancora le mutandine e gli chiedo

“Perché non te le togli?”

E lui se le è fatte togliere, tranquillamente

Tra virgolette le parole di Luigi Chiatti rilasciate nel 1997 durante la deposizione rilasciata in tribunale; d’ora in poi, come pioggia battente, scandiranno l’orrore nella narrazione.

Luigi Chiatti: la diagnosi di Narcisista Maligno e Borderline

Luigi Chiatti cresce come un narcisista “da manuale”, vive i rapporti a senso unico, come un’estensione del proprio ego, spruzzato di un imponente senso di onnipotenza.Il mondo esteriore ha il compito di soddisfarlo, condurlo al piacere. Se le sue aspettative vengono eluse si arrabbia, scalpita e distrugge. Il senso di responsabilità troverà pensione altrove, non in Luigi Chiatti.

Narcisista “maligno” e borderline: questa la diagnosi redatta dalla psicologa che lo seguì da adolescente.

il Chiatti adulto

Placido e inarrestabile scorrere del tempo, traghetto di infanzia dimenticata, proclama di lento divenire.

Chiatti si ritrova un giovane uomo di 25 anni, geometra, dai modi pacati e dai tratti gentili. Nessun precedente penale, solitario, occhi azzurri. Stringe rapporti interpersonali quasi unicamente con bambini.

Mi è venuta in mente l’idea, che avevo già maturato due o tre mesi prima, di prendere un bambino da tenere nell’attesa che preparassi l’idea principale, che era quella di preparare poi una fuga, una fuga che doveva essere da tutti i miei problemi e una vita nuova da ricominciare daccapo”.

Il mostro, affamato, va a caccia: Simone Allegretti (la prima vittima)

“Simone stava lì, mi osservava, c’aveva sulla mano destra il sacchetto con le noci. Io stavo sempre accanto alla macchina e gli ho detto di avvicinarsi. Si è incominciato ad avvicinare da solo, tranquillamente”.

[…]

“Sono arrivato a casa, siamo entrati in camera. A quel punto gli dissi di spogliarsi. Lui l’ha fatto, da solo, tra l’altro. Poi l’ho fatto sedere sul letto. Nella realizzazione del gesto c’era da una parte di dimostrare a lui che io non gli volevo fare del male, dall’altra c’era in un certo senso di soddisfare qualcosa di sessuale, cioè avere un contatto anche fisico con Simone”.

Tranquillamente.

Simone Allegretti è un bimbo spensierato dagli occhi di Dio, luce e innocenza, crisalide infagottata di curiosità. Un giorno di ottobre del 1992 si arrovella in un divertente andirivieni tra casa e l’albero di noci poco distante. Il nonno lo ascolta ridere, finchè la voce si fa muta. Simone sparisce. Sparpagliata, la cittadinanza si adopera nelle ricerche ma è tardi per notare la Y10 grigia nei pressi della abitazione di Simone.

Chi li ha preso è loquace, tanto nervoso quanto risoluto. Geometrico nell’ombra che lo nasconde e teme lo possa ingurgitare.

“Aiuto. Aiutatemi”

Non sono parole di Simone, bensì l’inizio del messaggio lasciato in una cabina telefonica due giorni dopo la scomparsa del bimbo: caratteri a normografo occultano la calligrafia dell’autore. “Il 4 ottobre ho commesso un omicidio, sono pentito ora, ma non mi fermerò”. Rivela l’ubicazione del corpo senza vita del fanciullo e conclude: “Saluti al prossimo omicidio. Il mostro”.

Frenetiche, le ricerche si concentrano su una strada tra Casale e Scopoli, frazione di Foligno. Capitolano presso una discarica abusiva a pochi chilometri da casa dello scomparso. Il corpicino nudo, gli abiti attorno a lui. Soffocato, viene brutalizzato post mortem con sei fori praticati nella gola con un coltello; la salma presenta piccole lesioni che testimoniano un putrescente tentativo di violenza sessuale.

Cosa successe a Simone

Qualche giorno prima del ritrovamento, Simone era nudo sul letto di Chiatti. Paura, lacrime:

“Soffrivo nel vederlo piangere ed è scattato un impulso”.

Lo stringe alla gola “il necessario per farlo smettere di piangere”. Impulso. L’assassino si ricama come vittima delle proprie pulsioni, un amo che incolpevolmente finisce nelle bocche di quei martiri che trucida. Non si dirà mai colpevole o pentito, la responsabilità di altro.

“Ho causato ancora più dolore a Simone perché certamente faceva anche fatica a respirare. Mi ricordo che mi guardava. Quindi a un certo punto ho stretto al collo mettendoci molta forza, fino a che non è morto”.

Al termine della dichiarazione, Chiatti guarderà a terra. Sorriderà.

Ineluttabilità.

Qualcosa andò diversamente da come se lo era immaginato, allora Luigi è deluso, perde interesse, si arrabbia e butta il giocattolo in un angolo. Ormai annoiato, lo distrugge.

Nera voluttà d’aver infanti tra grinfie molli e d’essi nutrirsi quale ambrosia prediletta. Lo demone d’incubo più cupo s’aggira tosto a conficcar lo male suo dentro a simulacro di gaudio e luminescenza. Bieco ludibrio di satolli desii, d’innatural amore trafitto con violenza: quasi che la vita fosse deviata per essi, come per lui.

L’abitazione del presunto omicida del piccolo Lorenzo, Luigi Chiatti.

A Foligno si cela un mostro avido di fanciulli

Antonio Rossi perde il proprio nome all’età di quattro anni. Simone Allegretti viene ucciso all’età di quattro anni. Chiesa gremita, funerali dal forte impatto mediatico. Istituzione di un numero verde anti-mostro. Stefano Spilotros, un mitomane, si finge l’assassino e distrae le forze dell’ordine dal vero obiettivo: messo alle strette, ammette la sciocchezza.

Intanto, a sei mesi dalla morte di Simone, scompare la foto sulla lapide al cimitero. E compare un altro biglietto.

“Aiuto. Non riesco a fermarmi”.

“Ho deciso di colpire ancora la prossima settimana. Il mostro”.

Piccolo essere vorace, appare di rado, spia la sua preda concupendola con parole di miele. Morbido e viscido nei modi, prepara la rete. Sorriso e melliflui chiacchiericci e suoi artigli. Sudicio, scuoia i gerbilli appena nati, li priva degli abiti, li assaggia. Troppo lamentosi essi, piccoli e spaventati. Insoddisfatto finisce la preda, lasciandola a marcire in quella solitudine in cui l’essere stesso è cresciuto.

Lorenzo Paolucci: la seconda vittima di Luigi Chiatti

Lorenzo Paolucci imbraccia la sua bici e se ne va, spensierato, a fare un giro per Casale, una mattina d’agosto del 1993. Il pomeriggio lo aspetta un giovane geometra del paese con la promessa di insegnargli a usare il computer. Lorenzo ha 13 anni e non si trova più: tutto il paese, in una triste scena già vista, si mobilita in massa.

Disperato.

Il nonno del ragazzo gira la testa di scatto e lo vede: è la, poco lontano dalla strada, massacrato, irriconoscibile. Una lunga scia di foglie compresse e sangue traccia un sentiero di morte. La bestiale caccia al tesoro conduce a una casetta, residenza estiva di Ermanno Chiatti, noto medico: le tracce si interrompono sotto le finestre. Una grossolana ripulita non riesce a cancellare i segni della mattanza.

In cortile una Y10 grigia.

“Quando ho visto che Lorenzo era venuto a trovarmi ero felicissimo”.

La mattina dell’omicidio

Il tredicenne si affaccia alla finestra della cucina del mostro. “Questa tensione cresceva, cresceva”. Chiatti si gira e impugna qualcosa. Sferra il colpo alla gola della vittima: “Luigi perché mi vuoi uccidere?” Sussurra annichilito il ragazzo.

La debolezza lo eccita, gode di fronte alla sottomissione, così scatta di nuovo. Le mani attorno al collo e stringe. L’orco non ha giocato abbastanza, non sublima ancora, allora prende un altro strumento e lo finisce.

“La mano destra ha sferrato il colpo. E’ morto, Lorenzo è morto”.

Quando il PM disporrà che gli venga mostrata l’arma con cui ha finito Lorenzo, sorriderà. Nuovamente.

Nelle foto il Sostituto Procuratore Michele Renzo, il magistrato che ha raccolto le confessioni di Luigi Chiatti e la casa del delitto della famiglia Chiatti

Le prove schiaccianti contro Luigi Chiatti

Le prove a carico di Chiatti sono strabordanti: a bordo di una Y10, è stato visto gettare sacchi neri in un cassonetto poco lontano da casa. Al loro interno abiti insanguinati e la foto di Simone rubata al cimitero. Chiatti, mosso dalla fretta, ripulì grossolanamente l’abitazione lasciando tracce inequivocabili.

I genitori gli telefonarono a massacro appena avvenuto: stavano arrivando, in meno di dieci minuti sarebbero stati da lui. Chiatti nega,

“Sono un boy scout!”

Sostiene davanti agli inquirenti. Poi cede e confessa. Nel 1997 racconterà in tribunale, sotto l’occhio delle telecamere, la realtà di quei giorni. Con asettica lucidità narrerà l’intero delirio in un’aula esterrefatta.

Dichiarato sadico sessuale e affetto da pedofilia da un’equipe di notabili della psichiatria venne giudicato capace di intendere e volere: due ergastoli in primo grado, ridotti a trent’anni per semi-infermità mentale. Tre anni scontati per indulto.

Detenuto modello, trascorrerà ventisette anni nella Casa Circondariale di Sollicciano a Firenze per essere trasferito nel 2015 nella REMS di Capoterra (CG). Nel 2020 è stato dichiarato ancora socialmente pericoloso e la sua detenzione prolungata.

Al momento della condanna, rivolgendosi all’agente di custodia, dirà:

Se mi farete uscire farò le stesse cose”.

Luigi Chiatti: Serial Killer edonista disorganizzato

Luigi Chiatti è un serial killer edonista “per piacere sessuale”, sadico, affetto da pedofilia, con tratti di personalità spiccatamente narcisisti. Disorganizzato, pianifica unicamente il periodo in cui intende commettere il reato, colleziona souvenir dal forte significato simbolico e affettivo.

Colpisce alla gola praticando la soppressione per soffocamento a mani nude o tramite armi da taglio. Si accanisce su fanciulli indifesi con violenza e rabbia estreme tentando l’approccio sessuale. Colpire alla gola trasmette odio per la vita stessa. Chiatti prova piacere nel portare la propria vittima alla morte, sadico nel compiacersi della sofferenza inflitta da se stesso.

Gestisce perfettamente il proprio comportamento dopo gli eventi omicidiari non dando alcun segno di cedimento: arriva ad aggirarsi nei pressi delle auto della polizia divertendosi per la situazione di incertezza e scoramento.

Le colpe di tutto non sono mie”

Potremmo riassumere così il pensiero del Mostro di Foligno. Nel corso delle perizie, alcune delle quali mi sono state personalmente raccontate da colore i quali le stilarono, attribuirà la responsabilità per quanto accaduto a:

Dio: per averlo messo sulla strada di Simone

Lorenzo: che quel giorno si è recato a casa sua

Simone: che stava lontano dall’ abitazione.

Ricorda perfettamente ogni particolare dei suoi omicidi, li descrive e simula con accuratezza maniacale.

Ad essi è legato intimamente, quasi il piacere per il dolore inflitto permanga dopo l’evento e lo leghi indissolubilmente alla vittima.

Dottor Mattia Curti

Se ti sei incuriosito durante questa lettura, ti consiglio di seguire la mia rubrica “Monografie Seriali” dove parlo di Serial Killer Italiani.

Al momento abbiamo visto, oltre a Luigi Chiatti (il mostro di Foligno), Milena Quaglini (la vedova Nera), Maurizio Minghella (il serial Killer delle prostitute) e Ferdinand Gamper (il mostro di Merano).

Buona lettura!

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