Monografie seriali: Maurizio Minghella, il serial killer “assetato di sangue”

Tempo di lettura: 11'
letto 556 volte

Maurizio Minghella è un serial killer edonista per piacere sessuale. Colpisce in luoghi a lui conosciuti vittime scelte a caso, prevalentemente prostitute. Classificato come “disorganizzato“, uccide tramite strangolamento.

Si è scritto poco su Maurizio Minghella. Pochi, se paragonati ad altri assassini seriali, si sono occupati di un caso che a mio avviso rientra tra i più rilevanti e compositi. Afferra, stringe la gola per dieci volte, nega il respiro a dieci vittime accertate di sesso femminile: una rossa e pulsante rabbia che tracima ed esonda acida come vomito al feroce richiamo del sadico dolore. Aggredisce corpi esausti di prostitute e poche ragazze dabbene: massacrati, strozzati d’odio e impotenza, si scorda d’essi tra vie e crocevie di Genova e Torino come se tra il Polcevera e il Po’ s’insinuasse lo Stige. Anfratti d’orrore, germogli recisi d’assalti brutali s’aprono a chi incrocia il tragitto del monatto.

Maurizio minghella: sia Dentro che fuori

Scovato, scoperto dalle autorità è infine avvinto tra spire di Minosse e sentenziato reo. Cadde, il girone terzo s’aprì lieto e per sette cerchi dovette arrancare: ergastolo, la sua pena. Tra erte e grigie mura, in carcere si atteggia a cherubino così da insinuare il dubbio e guadagnando la semilibertà. Letargo propiziatore quello carcerario che ne solletica l’appetito di morte: il sadico inumidì le labbra, serrò i denti e fu libero di dare il via alla nuova stagione di caccia.

Nel 1987 la prima fase, dal 1997 al 2001 la seconda. “Posso ricominciare?” si sarà chiesto incredulo mentre già assaporava l’affrancamento . E ricominciò. Dalle 17 in poi precisamente, una volta uscito dal carcere.

L’infanzia di Maurizio Minghella, educato alla violenza

Minghella è un serial killer. Visse un’infanzia che, come molti prima di lui, lo educò all’abuso: allenato alla violenza, la pesante del patrigno si abbattè su viso, schiena e costole. Dichiarerà “picchiava me e miei fratelli talmente forte da lasciarci rimbecilliti”. Ripetè la seconda elementare fino ai dodici anni a causa di un quoziente intellettivo al limite della disabilità: sottoposto ad approfondimenti medici a causa dei suoi comportamenti, risulterà possedere una personalità abnorme ma innocua. Maurizio era invece un adolescente manesco, insaporiva i rapporti sociali con angherie e botte, imponendosi a pugni, commettendo parecchi furti già in giovane età. Cresciuto nella violenza, ne ripete schemi e regole all’interno delle relazioni sociali.

Sposato “per scommessa”

Una vita velata da degrado, tratteggiata da regole arbitrarie e sottoculturali: evento rappresentativo sarà il matrimonio “per scommessa” a una giovane sedicenne. Prematura, ingenua sposa, già assuefatta agli stupefacenti, perì a causa di abuso da psicofarmaci in conseguenza all’aborto spontaneo di un figlio progenie di Maurizio. Ad essa, farà seguito il fratello dell’uomo, deceduto per i traumi riportati in un incidente stradale. Sangue, odio e violenza emulsionati a una sapiente dose di dolore e traumi. Un caso da manuale.

Un “perfetto” serial killer

Quella torbida, insensata e insanabile cupidigia di morte non sottende a una infanzia infelice o a una tragedia. Non siamo nel campo della matematica ma delle probabilità: in Minghella si verificano la maggior parte degli eventi che, statisticamente, ritroviamo nelle carriere criminali. Basso quoziente intellettivo, famiglia disgregata e violenta, abusi fisici infantili, difficoltà nell’affrontare la frustrazione con strascichi di inadeguatezza e impotenza, traumi in età adolescenziale e cultura d’appartenenza priva d’aspettative. Nonostante l’impietoso resoconto, nulla impedì l’esercizio del libero arbitrio, nulla escluse la capacità di intendere e volere. Ne nacque il killer sessuale sadico, violento, il cui agire è privo di ogni minimo preordine, calcolo.

1987: l’anno del baccanale di sangue. Genova

Il 1978 è l’anno del baccanale di sangue e Gerusalemme tremò di schianto. L’inferno aprì chiuse le porte nello stesso anno: “lasciate ogni speranza voi che entrate” parsi leggere mentre un Minotauro lasciava iroso il settimo cerchio. Zolfo fetido e odore di morte seguono Minghella tra le strade di Genova in un primo disperato lasso di tempo. Percuote, stupra, brutalizza cinque vittime accertate. Pongo volontariamente l’accento sul vocabolo “accertate” in quanto si è abbastanza certi non tutto sia salito a galla. Pescò le sue vittime senza particolari metodologie: giovani ragazze conosciute una sera in discoteca, in quei locali di Bolzaneto in cui era conosciuto con il soprannome di “travoltino della Val Polcevera”, oppure prostitute abbordate lungo viali e stradoni nelle notti buie.

L’escalation

La dinamica più probabile vede l’uomo approcciarsi alla vittima la quale alternativamente rifiuta ed oppone resistenza oppure si concede: in entrambi i casi Minghella provoca sofferenza, terrore e si eccita, permettendo alla escalation di sfiorare l’apice grazie a sadiche pratiche, torture, sodomia, sostituzione del membro tramite oggetti e botte fino alla morte per strangolamento. Una dinamica ben consolidata, un modus operandi chiaro e definito nonostante le tante variazioni.

Anna Pagano è una giovane prostituta vent’enne ed eroinomane. Il lampione illumina uno stralcio d’asfalto di un giallo sgualcito quel tanto da mostrare un viso grazioso e sofferente, un corpo disponibile. L’auto si accosta. Anna incontra Minghella la notte del 18 aprile 1978: ritrovata cadavere, reca sul corpo la scritta “Brigate rose”. Abusata, brutalizzata sessualmente, ha il cranio fracassato. Giuseppina Jerardi è uccisa con le stesse modalità mentre è Tina a squarciare gli animi degli inquirenti. Ha 14 anni e viene violentata, sodomizzata e strangolata. Appesa ad un albero per simularne il suicidio, è stretta da una specie di garrota. Il 21 agosto a morire fu Maria Strambelli, 19 anni, seguita solo tre giorni più tardi la sua amica Wanda Scerra ventunenne. Conosciute entrambe in discoteca, Maurizio portò con se prima una, poi l’altra.

ossessionato dal sangue delle mestruazioni

Tutte e cinque le ragazze uccise, nel momento della loro morte, si trovavano nel periodo mestruale. Minghella dichiarerà, una volta arrestato, di essere ossessionato dal sangue delle mestruazioni e preda di un impulso omicida incontrollabile alla visione di tale flusso ematico.

Risulta attendibile che l’autore imbastisse un approccio con finalità sessuali dibattendosi tra diniego e complicazioni all’organo erettile: così configuratosi, lo scenario permeava sopraffazione, botte, e violenza carnale. L’abuso trasfigura il dominio attraverso una dinamica d’affermazione totalitaria; l’atto sessuale forzato fortifica quel deviato intendimento d’amore maturato. Sostituendo infine la penetrazione del membro con oggetti di varia origine, conferma il senso di inadeguatezza e incapacità con il quale è cresciuto.

Primo arresto, confessione e……semilibertà

Durante le indagini, gli inquirenti repertano materiale biologico dell’assassino e imbustano un paio di occhiali ritrovati sul cadavere della piccola Tina. A inchiodare Minghella è però una vecchia coperta: a quadri rossi, vi avvolse una delle cinque vittime. Suoi gli occhiali, sua la calligrafia sul cadavere di Anna Pagano. Il mese della morte di Cristo di quel sanguinoso 1978, Minghella viene arrestato e condannato all’ergastolo per l’omicidio di cinque ragazze.

Confessa due omicidi, Strambelli e Scerra. Sei giorni dopo, ritratta.

“Un detenuto modello, non ha mai dato alcun problema”. In carcere sembra figlioletto ubbidiente che, ligio al regolamento, si proclama innocente:

“avevano bisogno di un mostro e hanno incolpato me”.

Il Minghella non è uno che si eccita se privato degli stimoli, infatti resta lì, apprende, è produttivo ed educato. Quiescente. Negli anni Ottanta Don Andrea Gallo incappa nella seduzione del ruffiano e lo crede accusato ingiustamente: chiesta a squarciagola, la revisione del processo concede la semilibertà nel 1995. A 37 anni compiuti, il detenuto viene trasferito al carcere delle Vallette di Torino ed entra nella comunità di recupero di don Ciotti dove lavora come falegname. Saranno infatti i dintorni della capitale sabauda inconsapevole salotto di suoi ultimi assalti, eseguiti tutti dopo le 17, ora di uscita dal carcere.

Gerione ricacciato negli abissi dell’inferno sua dimora, s’aggrappò di slancio al relitto di Carote per guadagnar la riva agghindato di stole bianche, innocenti come il sapor di sangue che ancor gustava tra i denti.

1997/2001: Maurizio MInghella, La seconda fase a torino

Attende due anni, forse. Nel 1997 attacca: Loredana Maccario, 53 anni. Fatima H’Didou, 23 anni. Floreta Islami, 29 anni. Gina Guido, 67 anni. Tina Motoc, 20 anni. Nicoleta Lavinia ha due anni, è la figlia di Tina e vive in Romania; nella notte tra il 16 e il 17 marzo 2001, la madre accolse un cliente, uno dei tanti. Tina sarà l’ultima vittima del Minghella: percossa brutalmente al volto e al capo, l’assassino tentò di sbarazzarsi del cadavere dandogli fuoco.

Tutte prostitute. L’adescamento è più semplice, praticamente scontato: sono disponibili, facilmente reperibili, approcciano il killer per loro stessa necessità tralasciando dubbi o timori. Lupe sottomesse al denaro, nella mente di Minghella vivono di piacere. Simulacri sublimi per un sadico svogliato, refrattario ai complessi meccanismi della pianificazione, esentato da patologie mentali che lo spingano a mettere in atto proprio uno schema preciso.

Usa collant, un cordino, un laccio o catenelle. Quali reliquie infingarde dell’agguato, abbandona sui cadaveri i preservativi usati, perché Minghella, in quegli anni di galoppanti contagi da HIV, alla salute tiene. Conserva i cellulari delle vittime, di cui uno è regalato e utilizzato dalla convivente: dissemina tracce, spavaldo e ormai sicuro di essere “inaccusabile”, regala tracce di DNA e impronte digitali. Arrestato nel 2001 è sottoposto a nuova perizia psichiatrica ad opera del compianto Professor Salvatore Luberto, docente di chi vi sta raccontato questa storia, risultando sano di mente. Evade prima del processo ma è subito catturato e condannato all’ergastolo. Risiede tutt’oggi presso il carcere Torre del Gallo di Pavia. L’inferno ha chiuso la sua voragine, definitivamente.

Un serial killer edonista per piacere sessuale

Maurizio Minghella è un serial killer edonista per piacere sessuale: così lo classifica il C.C.M.-Crime Classification Manual. Colpisce in luoghi a lui conosciuti vittime scelte a caso, prevalentemente prostitute.

Classificato come “disorganizzato”, non preordina o pianifica l’aggressione, non segue o pedina la vittima ma è mosso dall’istinto predatorio di lussuriosa ricerca di piacere rilasciato dall’inflizione del dolore: tutto, nelle scene del crimine, descrive aggressioni estemporanee, eseguite per il semplice scopo di fare del male, nuocere e generare sofferenza.

Il modus operandi di Maurizio MInghella

Realizza i crimini in orario serale o notturno in luoghi appartati o nei boudoir delle stesse meretrici. Il modus operandi chiarisce l’abitudine a spostare le salme, trasportate in luoghi periferici, o alterare la scena del delitto; in almeno due casi attua staging: maldestri depistaggi inscenati per sviare le forze dell’ordine. Nel caso di Anna Pagano cerca di addossare la colpa alle Brigate rosse, tradendosi e commettendo un grossolano errore di ortografia; Tina è invece appesa ad un albero per simularne il suicidio. Tortura, stupra, pratica sodomia, infierisce su viso e cranio sui quali si accanisce con la violenza di un selvaggio.


Cinture, corde, stracci, stringhe, calze appartenute alla vittima o reperiti sul luogo del crimine sono le armi per uccidere. Colpisce laddove l’ossigeno traghetta verso i polmoni, laddove la vita si perpetua. Le percosse fungono da tramite destinato alla sottomissione: sono concentrate alla testa e al volto, laddove l’essere trova identità e i pensieri si riproducono creativi; depersonalizza la vittima e frattura l’ambito destinato alla cognizione. Un sadico toglie la vita godendo della lenta agonia, accanendosi su zone nevralgiche o pregne di un significato sommerso. Non tocca il cuore, la vi è la sede del sentimento, qualcosa da cui non è attratto.

Maurizio Minghella: perchè viene definito “Assetato di sangue”?

L’etichetta di “assetato di sangue” è conseguita grazie alla predilezione per vittime in costanza di ciclo mestruale: il sangue risveglia la bestia; il predatore è concupito da esso, la zoologia insegna. Atavica attrazione per la bestiale caccia, aggressione e uccisione della preda parrebbero rispecchiati in Maurizio Minghella parimenti a un felino: vale rilevare la grossolana differenza tra esso e l’animale. Quest’ultimo uccide spinto da fame e sopravvivenza dimostrando attitudini assai più umane di questo essere che sguazza tra soffocate grida, lamenti e terrore.

Sublime e incontrollato furore che aleggia parco e saldo, sedimentato in bolle biliari turgide ascose al cuore, al sentor di sangue s’accendono tragiche e l’ira convergono a morte e patimento.

Dottor Mattia Curti, Criminologo

Suggerimenti di lettura in merito all’articolo su Maurizio MInghella

Se ti sei incuriosito durante questa lettura, ti consiglio di seguire la mia rubrica “Monografie Seriali” dove parlo di Serial Killer Italiani, qui di seguito ne trovi alcuni.

Se ti piace l’argomento in generale, ti suggerisco il film su Roberto Succo