Né l’eroina né la dieta: la Salute attraverso Comunicazione, Self-Consciuosness e Self-Kindness

“Uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale” e non semplicemente “assenza di malattie o infermità”

È questa la definizione dell’OMS di salute.

Quella fisica, mentale e sociale risultano quindi le 3 anime, le 3 inscindibili entità ed identità interconnesse nella valutazione dello stato di benessere della persona.

Non è questa la sede per discutere l’ampissima varietà di alterazioni dello stato di salute di ciascuna delle 3 anime (dalla fisiopatologia dell’organismo umano, agli stati di sofferenza mentale ai disturbi sociali) ma è invece interessante quanto difficile possa essere, sia a livello teorico che pratico, non far pesare a nessuna delle altre anime la presa in carica di una sola delle tre.

Chiariamoci meglio: lo stato di estasi e quindi di “piacere mentale”, oltre a non avere nulla di assoluto o definibile, è teoricamente raggiungibile con diverse pratiche (chimiche, meditative, erotiche, stimolanti, ecc..). La più semplice, immediata e riproducibile di queste pratiche è quella farmacologica con gli oppiacei.

Cioè, a voler perseguire solo il benessere mentale istantaneo si farebbe buona pratica di “cura” a somministrarsi e somministrare eroina. Ovviamente questa affermazione è paradigmatica, perché oltre ad avere effetti dannosi anche sull‘ “anima mentale” stessa una volta terminato l’effetto psicotropo, l’eroina provoca numerosi danni all’ “anima fisica” (dipendenza, tossicità, astinenza) e all’ “anima sociale”, portando spesso i pazienti che ne usufruiscono ad allontanarsi isolarsi dagli ambienti sociali di confort.

Utilizziamo quindi il paradigma dell’eroina come “farmaco perfetto” da esempio del rischio che esiste nella sola considerazione di una sola delle anime che compongono la persona, per per ampliare poi l’analisi alle pratiche di benessere che adottiamo per noi o per chi ci sta accanto, che ci vengono suggerite o suggeriamo a nostra volta.

Non fumare, bere poco alcol, mangiare sano e fare tanto sport sono il mantra del benessere del nuovo millennio, che alle nuove generazioni suona ormai come il “metti la canottiera” del primo dopo guerra. Come si fa a stare bene? A stare bene davvero? Se la sottoscritta conoscesse la risposta a queste domande temo non sarebbe qui a scriverne, ma nella pratica clinica della professione di medico è importantissimo che, empaticamente e lucidamente, ci si rifletta spesso.

Prendersi cura del benessere del corpo attraverso terapie o pratiche cliniche frustranti o di faticosa gestione rischia di penalizzare il benessere mentale o sociale; ad esempio una dieta rigidissima in un paziente non grave che fatica fortemente a rispettarla, può essere efficace come terapia per “l’anima fisica” ma mette a repentaglio il benessere della sua “anima mentale” e “sociale”.

Questo tipo di valutazione ovviamente cambia se il paziente in questione presenta seri rischi per lo stato di salute della sua “anima fisica”.
Come possiamo quindi cercare, di prenderci cura del nostro fisico non facendone fare le spese alla mente e alla socialità, e viceversa, e viceversa di nuovo? Se l’evergreen “dando un colpo al cerchio ed uno alla botte” potrebbe essere una strategia valida proviamo a rendere il concetto più pratico esemplificando due modi: se ci relazioniamo con qualcuno a cui chiediamo consiglio è necessario farlo comunicando.

Da anni nel campo medico si parla di medicina narrativa e di quanto solo nello scambio, nella comunicazione empatica e nel feedback continuo medico-paziente si possa raggiungere la cosiddetta “terapia personalizzata”, che prenda quindi in considerazione il benessere di tutte le componenti della persona.

In secondo luogo è necessario trovare il modo di prendersi cura della propria salute anche quando ci interfacciamo direttamente con noi stessi, e in questo caso possiamo farlo solo agendo di consapevolezza e gentilezza, le cosiddette “self-consciousness and self-kindness”.

Con questo intendo il tentativo di trovare lo stesso canale comunicativo che utilizziamo con “l’altro” (medico, terapista, professionista) con noi stessi, senza mentirci, o capendo perché ci mentiamo, (self consciousness), cercando di conoscere quale rinuncia o quale difficoltà pesa più sulle altre (self kindness) in modo da trovare, non tanto il canale giusto per vivere una vita lunga, quanto più quello per vivere la quantità esatta di giorni di qualità finalizzati a percepire di stare bene.

Dottoressa Tullia Venturi, medico chirurgo