Psicoterapia della Gestalt, la terapia della “consapevolezza”

“Abbiamo una sete di amore molto grande, ma la sete di amore si trasforma in capacità di amare solo attraverso un percorso doloroso perché la crescita passa per la conoscenza di sé, che è un po’ come una discesa all’inferno” (Claudio Naranjo)

La parola “Gestalt” significa “forma” e fa riferimento al concetto secondo cui non percepiamo le cose come elementi sconnessi tra loro ma come scene complesse all’interno delle quali alcuni di questi elementi predominano mentre altri contemporaneamente retrocedono nello sfondo.

Ma… cosa c’entra questo con la psicoterapia?

Secondo lo psichiatra Fritz Perls questo processo percettivo è una metafora che spiega come nella nostra vita ciclicamente emergano dallo sfondo psichico dei bisogni che scombussolano il nostro equilibrio omeostatico ma che allo stesso tempo ci orientano nel mondo e ci permettono di dirigere le nostre attività verso il loro appagamento.

In condizioni di benessere l’individuo è in grado di riconoscere il bisogno che emerge in primo piano dentro di sé, può decidere come muoversi affinché questo venga soddisfatto, quindi godersi l’esperienza di soddisfacimento, chiudere il ciclo ed essere aperto ad una nuova esperienza.

Là dove si interrompe questo processo nasce la sofferenza.

Soffriamo perché abbiamo perso la capacità di sintonizzarci con noi stessi e con ciò che l’esperienza ci sta offrendo. Soffriamo perché seguendo ciò che l’ambiente ci richiede pensiamo di aver perso un intuito verso i nostri reali bisogni: perdiamo la nostra “bussola”, girovaghiamo nel mondo in maniera disorganizzata e così come non riusciamo a distinguere gli elementi per noi positivi così perdiamo la capacità di scegliere i mezzi adeguati per raggiungere le nostre mete.

Il fine immediato della psicoterapia della Gestalt è quello di ristabilire la “consapevolezza” di ciò che proviamo, un “contatto” con i propri processi sensoriali ed emotivi e questa nuova presa di coscienza, di per sé, produce sviluppo e cambiamento. Il paziente non è osservatore di se stesso, ne elabora interpretazioni ma piuttosto va a fondersi con le proprie azioni, integrando tutte le parti di sé misconosciute.

Quindi il terapeuta accompagna il paziente nel suo processo di ri-sintonizzazione con se stesso, di sperimentazione e di fioritura.

 

Dottoressa Martina Di Dio