Quando un padre non c’è. Analisi di un’assenza

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L’assenza del padre è stata studiata a lungo dalla psicologia dinamica. Secondo Zoja, per esempio, l’assenza del padre porta all’emarginazione sociale del giovane e a un destino di fallimentare scolarizzazione.

Vediamo insieme un excursus delle teorie dinamiche di riferimento in merito alla figura paterna e alla sua funzione all’interno del nuocleo familiare e verso lo sviluppo dell’infante.

Disegno che ritrae un bambino al centro per mano al padre (a sx) e alla madre (a dx). Il foglio è strappato nel punto in cui si congiungono le mani di padre e bambino.

l’assenza del padre: Il tramonto della figura paterna

Oggi sembriamo assistere al tramonto della figura del padre come tratto tipico del nostro tempo e della nostra società.

Se da un lato il padre oggi prende parte a dimensioni di vita famigliare un tempo da lui totalmente trascurate, dall’altro sembra aver perduto o sembra non riuscire a conquistare quelle capacità che, per il bambino, lo farebbero essere ponte tra il mondo materno e il mondo reale.

I padri capaci in questo senso sembrano essere diventati un lusso, le loro funzioni psicologiche tradizionali sono esercitate sempre meno, i loro compiti materiali si trasferiscono alle madri o a qualche istituzione e la conseguente corrosione psicologica dei figli è in questi casi destino certo.

la figura del padre in ambito psicoanalitico

Ma chi è il padre? Il termine padre ha una certa rilevanza in ambito psicoanalitico.

Sigmund Freud lo impiega per riferirsi, antropologicamente parlando, alla famiglia nucleare, composta da padre, madre e figli, che costituiscono il riferimento fondamentale della prima organizzazione psichica individuale.

Tra questi, il padre è considerato a livello mitico-simbolico come figura che interdice l’endogamia e a livello reale come padre effettivo che proibisce l’incesto nello scenario del complesso di Edipo. Secondo questa analisi, si può affermare che la funzione simbolica del padre, nel suo essere rappresentante della legge, sarebbe perfino più decisiva della sua funzione reale di genitore, nel consentire al bambino il passaggio dal registro del bisogno a quello del desiderio.

Padre che pone limiti al proprio figlio.

la figura del padre secondo C. G. Jung

Troviamo due piani di analisi anche nelle opere di Carl Gustav Jung, il quale guarda al padre sia nella sua dimensione archetipica che in quella personale.

In Anima e Terra (1931) egli paragona l’archetipo paterno allo Yang cinese:

«Esso determina la relazione con il sesso maschile, con la legge e con lo stato, con l’intelletto e con la mente, e con la dinamica della natura. È ciò che nel mondo si muove, come il vento, è ciò che crea e guida con pensieri invisibili, immagini d’aria. E’ il soffio del vento creatore – pneuma, spiritus, atman – ossia dello spirito. Il padre è immagine divina che tutto abbraccia, principio dinamico»
(Jung, C. G., Anima e terra, Vol. 10*, 1931).

In Simboli della trasformazione (1912-1952), Jung definisce poi ancor meglio la sua idea sull’archetipo paterno, affermando la capacità del padre di opporsi all’essere semplicemente in preda alle pulsioni:

«Il padre è il rappresentante dello spirito, la cui funzione è quella di opporsi alla pura istintualità. Questo è l’ufficio archetipico che a lui compete indipendentemente dalle sue qualità personali»
(Jung, C. G., Simboli della trasformazione, Vol. 5, 1012-1952).

Quando Jung parla del padre personale ne sottolinea il suo contributo a portare l’individuo verso l’esterno, al di fuori della libido familiare.

il padre archetipico e il padre personale

Se guardiamo queste considerazioni di Jung sul padre archetipico e sul padre personale insieme, possiamo dedurne che Jung considera il padre un elemento che crea, che fornisce stabilità attraverso la legge, che guida e che permette un’evoluzione dinamica grazie al suo essere energia.

Nel suo descrivere il padre sia da una prospettiva archetipica che personale, Jung ritiene che «dietro ogni singolo padre c’è l’immagine eterna del Padre» (Jung, C. G., 1931). E ritenere l’archetipo paterno la base dell’immagine del padre reale implica, da parte del bambino, che vengano proiettate sul padre quelle caratteristiche archetipiche in grado di favorirne l’evoluzione psicologica.

Il padre personale costituisce l’occasione psichica perché l’archetipo si attualizzi, si incarni.
Nella teoria di Jung l’archetipo paterno è quindi un principio regolatore dell’esperienza il quale, per potersi manifestare, necessita di incontrare il padre reale (o una figura in grado di sostituirlo).

Un padre abbraccia e bacia la sua piccola bambina.

alcune conseguenze all’assenza del padre

Insomma, il padre funge da guida attraverso il suo essere riconosciuto come tale dal bambino.
Ma quando un padre non c’è? Quando ci troviamo dinanzi all’assenza fisica e/o psicologica del padre?
Ecco, in tali casi è necessario verificare in che modo ciò influenzerà il processo di sviluppo del bambino nella sua sfera personale e anche sul piano sociale.

L’assenza del padre, secondo Zoja, porta all’emarginazione sociale del giovane e a un destino di fallimentare scolarizzazione. Inoltre, influenza il livello di violenza e di criminalità giovanile. L’autore evidenzia a tal proposito come l’85% dei detenuti statunitensi sia privo di padre. Nei casi meno estremi l’assenza del padre porterebbe l’adolescente a entrare in contatto con gruppi giovanili potenzialmente devianti.

La cella di un carcere.

Svariate ricerche longitudinali sono state condotte al fine di indagare le implicazioni delle dinamiche presenti nel rapporto padre-figlio. In una di queste ricerche, condotta da Micheal Lamb (2004) su richiesta del governo americano, il rapporto della diade padre-figlio viene esplorato prendendo in considerazione tre ambiti relazionali: accessibilità, responsabilità, impegno attivo.

  • L’accessibilità indicava la quantità di tempo in cui il padre era fisicamente insieme al bambino, ma con un coinvolgimento limitato e di tipo indiretto (per esempio, il bambino gioca e il padre nella stessa stanza svolge il suo lavoro);
  • La responsabilità evidenziava il diretto coinvolgimento del padre in attività in grado di promuovere il benessere del bambino (per esempio, il sostegno economico, l’assistenza in caso di malattia);
  • L’impegno attivo comprendeva tutte quelle attività in cui il padre stabiliva un’interazione diretta e personale con il bambino (purezza e gratuità della relazione).

A conclusione dello studio, Lamb (2004) evidenzia che i bambini con un padre accessibile e responsabile, ma non impegnato attivamente, mostrano uno sviluppo psicologico non particolarmente diverso dai bambini che non lo hanno. In altre parole, il padre può aiutare il proprio figlio ad avere una maggiore autostima, migliori competenze sociali, un livello di rendimento scolastico maggiore, un comportamento maggiormente pro-sociale, solo se è realmente coinvolto nell’interazione con il figlio.

Adolescente nello studio di un terapeuta.

uno sguardo psicodinamico al valore dell’assenza del padre

Volendo fare un’analisi non solo descrittiva ma anche psicodinamica dell’assenza fisica e/o psicologica del padre, possiamo notare almeno due aspetti che sembrano rilevanti per lo sviluppo del bambino:

  • In primo luogo, il bambino avrà delle difficoltà nel saper rinunciare alla soddisfazione immediata dei bisogni pulsionali;
  • In secondo luogo, è probabile che nel bambino aumenti il peso del complesso materno; complesso che spinge il bambino a restare adeso a una madre che, in quanto sola a crescerlo, eserciterà su di lui un potere enorme e unilaterale.

Circa quest’ultimo punto, è da notare che se il padre fosse presente e svolgesse la sua funzione di terzo rispetto alla diade madre-bambino, potrebbe contenere quelle angosce arcaiche nelle quali la madre è troppo coinvolta. Così facendo, favorirebbe un sano contenimento prima e una sana separazione poi della diade stessa. Tutto questo in virtù della sua estraneità alla fusionalità del rapporto madre-bambino.
Ma tutte queste cose, se il padre è assente, non possono avvenire.

La mano di un padre che incontra la piccola manina del suo bambino.

i lasciti di un padre assente e la sua funzione regolatrice rispetto alla diade madre-bambino

Il padre è sempre portatore di quel limite e di quell’alterità necessari per aprirsi a relazioni che vadano oltre la relazione primaria madre-bambino. E quando egli è assente, nella vita del bambino viene a mancare proprio quella modulazione necessaria al complesso materno. Questo, aumentando di peso, non permette al bambino di gestire gli aspetti fusionali del suo rapporto con la madre, né di sentire i suoi impulsi e i suoi desideri come qualcosa di staccato da sé e su cui può riflettere. Infatti, quando il bambino è fuso con la madre, di fatto non ha una minima separazione tra l’Io e l’inconscio che possa permettergli di vivere e di elaborare i suoi impulsi interiori come istanze interne, senza che questi vengano agiti.

Una madre che gioca con la sua piccola bambina e un padre emotivamente distante, occupato in altre faccende.

Jung nelle sue opere (1938-1954) ha spesso sottolineato come la madre possa finire per soffocare la vita del figlio, impedendone la crescita. Ma ha poi anche evidenziato alcuni aspetti positivi del complesso materno, quali l’accoglienza, il calore, la comprensione, la capacità di aprirsi alla fantasia e all’irrazionale. Tuttavia, l’assenza del padre favorisce un’accentuazione degli aspetti succitati, protettivi e divoranti, della madre nei confronti del figlio.

Una madre stringe forte a sé il proprio bambino neonato.

il padre come figura per lo sviluppo della coscienza del bambino

La carenza psicologica e/o fisica del padre, inoltre, non aiuta il bambino nemmeno nella modulazione della sua aggressività. Infatti, come spiega Fonagy, il bambino impara a gestire le sue reazioni più veementi “appoggiandosi” al padre, poichè esso, fungendo da elemento terzo tra la madre e il bambino,

«fornisce al bambino una prospettiva ulteriore su se stesso e gli consente di pensare a se stesso in relazione ad un’altra persona» (Fonagy, P., 2001).

In altri termini, il padre, con la sua presenza emotiva, permetterebbe al bambino di mentalizzare la relazione con sua madre e ciò faciliterebbe quella separazione tra l’Io e l’inconscio necessaria perchè egli senta il proprio mondo interno come separato dalla realtà esterna. Così, se inizialmente il bambino è un tutt’uno con la madre, successivamente si verifica la separazione e la differenziazione dalla madre, l’individuazione. E ciò produce quell’incontro che per Jung avviene tra soggetto e oggetto e che è il fondamento della coscienza.

Ancora, in L’importanza del padre nel destino di un individuo (1909-1949), Jung insiste su questa funzione del padre nel far sviluppare la coscienza del bambino. Il piccolo spesso ha paura del padre perché quest’ultimo è contrario alla sua tendenza a “rimanere incosciente e infantile”. Il padre, infatti, incarnando l’archetipo paterno, aiuta sì il bambino nel far evolvere la sua coscienza, ma anche con una certa brutalità. Tuttavia, come detto, lo sviluppo della coscienza, con le possibilità vitali che offre al bambino, costituisce una fondamentale pre-condizione del processo di individuazione, perché

«dove non vi è coscienza, dove regna ancora sovrano l’elemento istintuale inconscio, non vi è riflessione, non vi è un pro e un contro, c’è solo un semplice succedersi di eventi, un’ordinata istintualità, proporzione di vita» (Jung, C. G., 1921).

In definitiva, l’assenza del padre impedisce la separazione tra coscienza e inconscio, facilitata invece dalla presenza attiva ed emotiva del padre. La sua presenza costituisce una necessaria premessa per il processo di individuazione poichè crea le condizioni affinché possa esserci un’attività simbolica nella psiche. Il padre, separando il bambino e la madre, creerebbe quello spazio psichico tanto necessario alla capacità simbolica.

Un padre e la sua bambina che camminano sulla riva del mare tenendosi per mano.

la responsabilità di un padre

Dunque possiamo affermare che il padre, con la sua presenza o la sua assenza, indirettamente favorisce o sfavorisce l’individuazione del bambino proprio perché il processo individuativo consiste nella sintesi di conscio e inconscio (Jung, 1912-1952), che avviene attraverso l’integrazione dei simboli che si incontrano nel proprio percorso personale.

Dott.ssa Elena Tsoutsis, psicologa

Consigli di lettura in merito all’articolo sull’assenza del padre nella psiche infantile

Se ti è piaciuto questo articolo di psicologia dinamica sull’assenza del padre e le sue conseguenze ti consiglio di leggere uno dei miei articoli scritti per i divulgatori seriali.

Ne ho scritto uno sull’amicizia in psicologia, uno sulla consultazione psicologica, uno sul trauma infantile e uno sui simboli nel Cinema D’essai, tutti affrontati attraverso un approccio psicodinamico.

bibliografia

  • Fonagy, P. & Target, M., Attaccamento e funzione riflessiva, Raffaello Cortina Editori, 2001
  • Jung, C. G., L’importanza del padre nel destino di un individuo, in Freud e la psicoanalisi, Vol. 4, Bollati Boringhieri, 1909-1949
  • Jung, C. G., Simboli della trasformazione, Vol. 5, Bollati Boringhieri, 1912-1952
  • Jung, C. G., Anima e terra, in Il periodo fra le due guerre, Vol. 10*, Bollati Boringhieri, 1917-1931
  • Lamb, Michael E., ed. The role of the father in child development, John Wiley & Sons, 2004
  • Zoja, L., Il gesto di Ettore, Bollati Boringhieri, 2016

About Elena Tsoutsis

Sono nata nel febbraio del '96, mi chiamo Elena Tsoutsis e in me c'è un miscuglio di sangue greco e italiano.
Sono una Psicologa Clinica e Dinamica, laureata all'Università di Firenze.
Fin da piccola, soprattutto grazie agli incoraggiamenti di mia madre, coltivo interessi artistici, quali la pittura, il teatro, la danza e la lettura di romanzi e poesie. Ora no, non dipingo più, a teatro continuo ad andarci da spettatrice, ma molti anni sono stata una ballerina di danza classica e questo mi ha permesso anche di avvicinarmi allo studio del pianoforte; più avanti iniziai anche lo studio del basso elettrico. La mia passione per la lettura, invece, mai ha vacillato e mi ha spinta a comprare più libri di quanto la mia stanza (prima) e la mia casa (ora) possa contenerne.
Questa passione è poi sfociata in un intenso amore per lo studio, di cui trovo grande esempio in mio padre. Le mie preferenze si indirizzano sempre più verso la saggistica inerente alla Psicologia e alla Psicoanalisi. È in quegli stessi anni che mi imbatto nei libri di C. G. Jung: per me una folgorazione; il primo autore che mi regalava una visione privilegiata sulla realtà! Sulla base di ciò oggi, finalmente, frequento la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Analitica Post Universitaria - AION - di Bologna.
Inoltre, i miei interessi per la musica, la danza e la Psicologia del Profondo hanno potuto fortunatamente confluire nel percorso di formazione quadriennale presso il Centro Studi Danza di Firenze, in cui mi sono diplomata come DanzaMovimento-Terapeuta.
Oltre ai molti libri, colleziono molti cd dei più svariati generi e altrettanti dvd di film d'essai.
Non essendomi mai trovata troppo a mio agio in questa società 'inquinata' (sia in senso letterale che metaforico) - che mi vorrebbe meno malinconica, meno introversa e meno sensibile, ma al contrario più conformata - ho sempre cercato nella scrittura un'opportunità per respirare e affacciarmi sul mondo; opportunità che ora trova anche una nuova via di espressione grazie a Gnōthi Seautón!

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