Quanto è importante ascoltare l’altro e sentire di essere ascoltati?

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Raccontare parti di noi ad un ascoltatore attento e presente aumenta la nostra capacità di entrare in contatto con noi stessi e con il mondo, apre nuove porte verso la consapevolezza.

Quando si pensa, si pensa per noi stessi, mentre quando parliamo e raccontiamo entra in gioco la relazione con l’altro. Il fatto in sé di narrare un evento, porta inevitabilmente ad una sua modifica, ma là dove vi è un’interazione con l’altro quanto è importante la qualità della presenza e dell’ascolto da noi percepiti?

Il processo di traduzione del pensiero in linguaggio dipende da caratteristiche individuali (come l’ampiezza del nostro vocabolario, la capacità di adattare i pensieri al dialogo etc.) ma sicuramente non può prescindere dalla relazione all’interno della quale avviene la condivisione: percepire il nostro ascoltatore presente e autenticamente curioso influenzerà profondamente il nostro racconto.

Secondo un esperimento condotto presso l’Università di Firenze (Pascuzzi et al., 2016) raccontare un evento di vita personale ad un ascoltatore attento porta ad un duraturo cambiamento positivo della coloritura emotiva con cui quel ricordo era stato precedentemente registrato.

È stato dimostrato quindi che il nostro ascoltatore con il suo sguardo, le domande e le risposte ci porterà a modulare in termini dialogici le parole, così come il nostro pensiero e la comprensione di noi stessi.

Il dialogo con l’altro fin dalla tenera età getta le basi della nostra individualità e continua ad essere per tutta la vita una fonte di crescita inestimabile. Ogni spazio relazionale che si viene a creare è unico e irripetibile, porta ad esprimere ogni volta diverse sfumature di noi e quindi ogni volta delle nuove consapevolezze.

Ma… quante volte realmente ci sentiamo ascoltati dall’altro?

Quante volte realmente siamo in ascolto dell’altro?

 

Dottoressa Psicologa Martina Di Dio