Se la vita è eterna, allora com’è che si muore? La risposta del Buddismo

“Quando esaminiamo la natura della vita con assoluta illuminazione, notiamo che non c’è un inizio che segni la nascita, e neanche nulla che denoti la morte” Nichiren Daishonin

Nello scorso articolo (“Se piove? Lascia piovere”) vi ho parlato dell’antica pratica del kintsugi, ricordate?

Una pratica giapponese che porta dentro di sé l’idea che il dolore e le rotture diventano ciò che abbellisce l’integrità della forma originale.

Questa meravigliosa credenza è figlia del più antico pensiero buddista secondo cui nascita e morte non sono l’espressione di due fenomeni diversi, bensì la rappresentazione di due cambiamenti che fanno parte di un unico processo vitale al quale ogni essere vivente naturalmente sottostà: l’eterno ciclo di nascita e morte.

Secondo l’insegnamento del Budda infatti l’universo è un’entità vivente infinita, nella quale si ripetono incessantemente i cicli di vita e morte individuali. In tal senso dunque gli individui non sono altro che organismi che seguono spontaneamente questo flusso universale, impotenti della facoltà di interromperlo.

Per noi occidentali, abituati a concepire l’essere umano come un essere illuminato, dotato di immense capacità, questa visione dell’uomo potrà sembrare pessimistica. In realtà, è vero il contrario.

Proprio grazie a queste grandi capacità umane, mentali e spirituali, ognuno di noi è perfettamente in grado di arrivare a concepire la morte come aspetto naturale della vita, come accadimento necessario per una nuova nascita e crescita. Dopo la morte, infatti, la vita di ognuno ritorna al vasto oceano originale, proprio come una singola onda si alza e si abbassa nella vastità del mare.

Attraverso la morte, gli elementi fisici del nostro corpo, così come la forza vitale fondamentale che sostiene l’esistenza individuale, ritornano all’universo, per generare nuovamente vita.

 

Dottoressa Giulia Anastasio