Se piove? Lascia piovere

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“Quando c’è da soffrire, soffri; quando c’è da gioire, gioisci. Considera allo stesso modo sofferenza e gioia” Nichiren Daishonin

È pensiero comune che la felicità sia una condizione esistente soltanto in assenza di qualsivoglia sofferenza.

Quest’idea, oltre al fatto di essere illusoria, accresce esponenzialmente la convinzione che sentimenti come la gioia e la felicità rappresentino un qualcosa da poter forse raggiungere in un futuro lontano, allontanando così le persone da questi stessi sentimenti, che in verità gli appartengono adesso, anzi, vi dirò di più…gli sono sempre appartenuti!

Quindi, la felicità è qui e ora?

La chiave sta nel modo in cui leggiamo ciò che ci accade.

Una forte sofferenza porta sempre con sé sentimenti di rabbia, frustrazione, tristezza e così via…non è emotivamente logico che a seguito di una rottura ci si aspetti un’impassibile integrità.

Tuttavia, come ci dimostra l’antica pratica giapponese del kintsugi, è possibile dare valore alle fratture, ponendo dell’oro liquido tra le crepe di un vaso ormai rotto; così come le stesse crepe dorate divengono il vero ornamento del vaso, è possibile attribuire al dolore un significato più profondo e non vergognarsene.

Questo pensiero buddista insegna, come altre filosofie orientali, a spaccare l’idea che la gioia sia qualcosa di diverso rispetto alla sofferenza, oppure la salute rispetto alla malattia o addirittura la vita rispetto alla morte (questo concetto sarà spiegato nel prossimo articolo). Il buddismo spacca tutte queste convinzioni e fa entrare luce.

Quindi, la felicità è “qui” e “ora”?

Secondo il buddismo la felicità ci appartiene e rappresenta un atto volontario, una scelta consapevole che possiamo fare in ogni istante presente; rappresenta la scelta di stare nell’impedimento, nel dolore, nella triste pioggia, rivelandone però tutto il suo potenziale di crescita.

 

Dottoressa Giulia Anastasio