Tra il dire e il fare c’è di mezzo…il karma!

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L’uomo è condannato ad essere libero (Jean-Paul Sartre)


È ormai pensiero di molti che fare una “cattiva azione” significhi farsi il Karma come nemico. Secondo questa interpretazione popolare quindi il karma non sarebbe nient’altro che un mostro invisibile che avvolge e governa con i suoi tentacoli la vita di ogni individuo, punendo coloro che non si comportano come dovrebbero. Se così fosse, avremmo diritto almeno a un libro di comandamenti che ci indichi la giusta via da seguire…

Invece non è proprio così.

La parola “karma” (dal sanscrito karman) significa “atto”: il termine è legato al greco kràino, che significa “fare, ottenere, portare a compimento”, e al latino creo, che ha lo stesso significato. Il karma è dunque un qualcosa che viene creato tramite l’azione.

L’azione di chi? Ogni nostra azione, ogni pensiero, ciò che diciamo o facciamo viene inscritto nella nostra vita e va a formare il nostro karma. Quindi il karma permea la nostra vita passata e presente, influenzando per la gran parte del tempo l’andamento della nostra vita futura.

Questa influenza è dettata dalla nostra tendenza karmica, ovvero dalla nostra abitudine nel compiere determinate azioni rispetto ad altre.

A questo punto potrebbe sembrare tutto molto scoraggiante: una persona con un tipo di karma passivo potrebbe infatti pensare “Se nelle mie vite passate ho fatto qualcosa di male, sarò condannato a soffrirne anche nelle prossime vite”.

Se proviamo invece a cambiare prospettiva e a comprendere correttamente il concetto di karma, possiamo arrivare automaticamente a riconoscere di essere gli artefici di qualsiasi nostra sofferenza e al tempo stesso gli autori delle soluzioni a queste sofferenze. In altre parole, utilizzando il pensiero di Sartre, siamo infinitamente liberi e dunque interamente responsabili delle nostre scelte.

Tale consapevolezza ci permette di sviluppare un’enorme indipendenza, oppure, parlando in termini psicologici, ci consente di sviluppare un forte locus of control interno.

Perciò non esistono pesanti catene da trasportare se non quelle che ci mettiamo addosso noi stessi.

 

Dottoressa Giulia Anastasio