“Tu sei proprio…”: Ho un nome, il resto non è necessario.

Le etichette danno fastidio sui vestiti, figuriamoci sulle persone. Cit. dal web

È successo al parco, ma può succedere sulla spiaggia, in auto, all’entrata di scuola o all’uscita di palestra, in casa; ovunque, dove ci sia un genitore e un figlio.

Ho annotato alcune frasi del tutto comuni pronunciate dall’adulto che si è rivolto al bambino gridando:

Guardami negli occhi quando ti parlo (autoritarismo)
Ascolta bene quel che ti dico (intimidazione)
Guai a te se non mi ascolti! (minaccia)
Chiedimi scusa o poi vedrai! (violenza)
Bada bene a quel che ti dico (ostilità)
Non osare contraddirmi (aggressività)
Smetti di fare il ridicolo (presunzione)
Sei proprio uno sciocco (insulto)
Mi hai proprio stufato! (disprezzo)
Ma sei scemo? (prepotenza)

Che siano espressioni comuni non significa che siano funzionali.

Sono genitori che dimenticano che i propri figli, molto probabilmente, non dimenticheranno.

Tuttavia, se non fossero sufficienti le definizioni delle parole tra parentesi per convincerci della gravità e del peso di certe parole, dovremmo cambiare il ricevente: torniamo alla lettura delle frasi immaginando che non sia un bambino, ma una donna che è al parco, e che è suo marito a urlarle contro così.

Avremmo dubbi sul fatto che sia la forma corretta di considerarla? E se ancora, anziché essere una coppia, si trattasse di un capo che si rivolge al proprio dipendente? Probabilmente non rimarremmo indifferenti.

D’altro canto, invece, abbiamo normalizzata la violenza verso l’infanzia, ignorando che “trattare male” equivale a “mal-trattare”.

Una maniera per esprimere la violenza verbale è l’attribuzione di etichette: così “vengono alla luce” bambini disobbedienti, bambini viziati, bambini dipendenti, bambini bugiardi, bambini gelosi, bambini paurosi… e chi più ne ha più ne metta. Sono infinite le etichette e i pregiudizi che possiamo assegnare ai piccoli e anche ai grandi.

Se ad un bimbo viene dato un attributo, si comporterà come tale. Il verbo “essere” (ossia “tu sei…”) allude a caratteristiche immodificabili. Ecco spiegato, quindi, il pericoloso potere delle etichette: ci incitano a mettere in atto comportamenti in accordo con ciò che in esse viene riportato.

Ciò che ho descritto è in realtà solo un lato della medaglia, quello negativo, quello dei pregiudizi, che limitano le opportunità di espressione delle potenzialità di chi è etichettato.

Mentre, invece, lascio ai genitori e agli educatori la possibilità di scoprire il mondo dall’altro lato: minimizzare le critiche e complimentarsi sinceramente daranno accesso ad un portentoso superpotere.

Dottoressa Olga Bevanati