Utopia, l’isola che non c’è.

“Niente odio e violenza
né soldati, né armi
forse è proprio l’isola che non c’è

E ti prendono in giro
se continui a cercarla,
ma non darti per vinto perché
chi ci ha già rinunciato
e ti ride alle spalle
forse è ancora più pazzo di te!”

Comunemente quando usiamo la parola “utopia” ci riferiamo ad un concetto o ad un’immagine di un qualcosa che vediamo come idealisticamente perfetto, ma lontano da noi, impossibile da ottenere o irrealizzabile.

In ogni caso attorno a questa parola si è creata un’aura astratta, e chi pensa ad un qualcosa di utopistico è visto come un sognatore, o un ingenuo.

Ma cos’è veramente un’ “utopia”?

La parola ha origine greca: deriva οὐ τόπος (u topos), che letteralmente significa “non luogo”. Infatti, un’utopia non è altro che un vero e proprio LUOGO fisico, un mondo perfetto, dove pace, giustizia e armonia coesistono. Da qui l’apposizione “non”, legata al fatto che, ad oggi, un luogo del genere ancora NON esiste.

Platone fu uno dei primi filosofi a supporre, nella sua opera “La repubblica”, una proposta di “utopia”: ipotizzò norme e regole per la creazione e amministrazione di uno stato perfetto. Dopo di lui la tradizione utopista ha avuto grande fortuna, toccando picchi massimi proprio con l’omonima “Utopia” di Tommaso Moro, proposta più moderna di una società egualitaria e pacifista, e realizzandosi anche nella eterea “Isola che non c’è”, cantata da Bennato e sorvolata da Peter Pan.

Immaginare un’utopia, nel senso reale del termine, sarebbe un viaggio essenziale per ognuno di noi, auspicato anche da Platone, in quanto già il presupporre e il propendere verso un qualcosa di perfettamente armonico ci avvicina ad esso, e mette distanza tra noi e le negatività.

E a voi, alla parola “utopia”, quale immagine si staglia per prima nella mente?

 

Dottoressa Olga Serantoni