L’imperturbabilità del saggio stoico: auspicabile apatia

“Quello che è sopra di noi, nulla ha a che fare con noi – Quod supra nos nihil ad nos“ (Epicuro)

Uno dei concetti, a mio avviso, più affascinanti della filosofia greca è quello dell’imperturbabilità del saggio.

È considerato saggio colui che non si lascia turbare dagli eventi, negativi o positivi che essi siano, non si lascia trascinare dalle circostanze, né cerca di controllarle o modificarle. Saggio è colui che rimane, appunto, imperturbabile.

Una condizione auspicabile, o una dimostrazione totale di apatia? Solo nella mentalità moderna questi atteggiamenti si contrappongono, nella mentalità greca le due condizioni si equivalevano, senza alcuna accezione negativa.

A teorizzare questo concetto fu Zenone di Cizio, 300 a.C., ateniese (crème de la crème), fondatore della corrente filosofica greca chiamata “stoicismo”. Il termine “stoicismo” non deriva altro che dalla parola greca “stoà” στοά, ossia portico, cioè il luogo dove Zenone teneva le sue lezioni, ma oggi il vocabolo è di uso (quasi) comune ed è il primo sinonimo suggerito per “imperturbabile”.

La corrente stoica ha impronta razionale e ottimista, nella “apatia” del saggio vi è solo il significato strettamente greco del termine, απάθεια, che significa assenza di passioni, ma nel senso di porsi al di sopra di esse: il saggio riesce ad accettare il naturale scorrere delle cose e degli eventi, di conseguenza non verrà turbato da aspettative inattese o deluse, da aspirazioni irraggiungibili, da disavventure accadute e quindi già passate.

Imperturbabile resilienza: questa era la massima aspirazione e virtù del saggio greco.

Dottoressa Olga Serantoni